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Ai fini del riconoscimento dell’esenzione IMU per l’abitazione principale la Consulta elimina la rilevanza dell’ubicazione dell’immobile ed espunge il requisito della coabitazione dell’intero nucleo familiare presso lo stesso immobile
Lo scorso 13 ottobre è stata pubblicata in G.U. la sentenza n. 209/2022 pronunciata dalla Consulta e avente ad oggetto il sindacato di legittimità costituzionale dell’art. 13, co. 2, quarto e quinto periodo, del D.L. n. 201/2011, come successivamente convertito, con modificazioni, nella L. n. 214/2011. La questione di legittimità costituzionale era stata sollevata con ordinanza del 22 novembre 2021, iscritta al n. 3 del reg. ord. 2022, della Commissione tributaria provinciale di Napoli ed era stata invero declinata solamente con riguardo al quinto periodo del comma 2 del predetto art. 13, con specifico riguardo all’omessa previsione dell’esenzione dall’Imposta Municipale Propria (IMU) per l’abitazione adibita a dimora principale/abituale del nucleo familiare, nel caso in cui uno dei suoi componenti – diverso dal “possessore” dell’immobile de quo – fosse stato residente ai fini anagrafici e avesse avuto la propria dimora abituale presso un immobile ubicato in altro comune. La disposizione de qua – nella formulazione modificata dalla L. n. 147/2013, art. 1, co. 707 lett. b), che aveva introdotto il riferimento al “nucleo familiare” – stabiliva che “l'imposta municipale propria non si applica al possesso dell'abitazione principale e delle pertinenze della stessa, ad eccezione di quelle classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9, per le quali continuano ad applicarsi l'aliquota di cui al comma 7 e la detrazione di cui al comma 10. Per abitazione principale si intende l'immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente. Nel caso in cui i componenti del nucleo familiare abbiano stabilito la dimora abituale e la residenza anagrafica in immobili diversi situati nel territorio comunale, le agevolazioni per l'abitazione principale e per le relative pertinenze in relazione al nucleo familiare si applicano per un solo immobile”. In buona sostanza, come peraltro sancito da granitica giurisprudenza di legittimità consolidatasi negli ultimi anni (v. ex multis Cass. civ. Sez. trib. 17.06.2021, n. 17408), per il riconoscimento dell’agevolazione fiscale in questione, salvo il caso di immobili siti nello stesso comune, era necessario che presso la stessa unità immobiliare tanto il possessore – fiscalmente inteso (i.e. proprietario o titolare di altro diritto reale) – quanto il suo (intero) nucleo familiare avessero contestualmente stabilito la dimora abituale e la residenza anagrafica. Conseguentemente, in merito alla fattispecie di coniugi residenti in comuni diversi, la Suprema Corte aveva recisamente escluso che l’immobile di uno dei coniugi potesse ritenersi “abitazione principale” ai fini IMU qualora l’altro coniuge avesse avuto la residenza e la dimora abituale in altro comune, a meno che gli stessi non fossero stati legalmente separati. Ne derivava che nel caso in cui due coniugi, per ipotesi uno possessore di un immobile sito in un comune diverso da quello ove era ubicato l’immobile dell’altro coniuge, avessero fissato la propria residenza anagrafica ovvero anche solamente la propria dimora abituale (es. per ragioni lavorative) presso i rispettivi immobili, vi sarebbe stato il disconoscimento dell’esenzione IMU per l’abitazione principale in capo ad entrambi. Nonostante l’inequivocabile e rigorosa posizione assunta dalla giurisprudenza di legittimità nell’esercizio della propria attività nomofilattica, negli ultimi anni era proliferato un copioso contenzioso, anche alla luce dell’orientamento che era stato originariamente assunto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze nella circolare n. 3/DF del 18 maggio 2012, il quale comunque riconosceva la spettanza dell’agevolazione fiscale de qua in caso di residenza e dimora di un componente del nucleo familiare in un comune diverso. Il quadro normativo e giurisprudenziale è stato in toto sovvertito dalla prefata sentenza della Consulta. Infatti, al di là dell’accoglimento della censura mossa dalla C.T.P. di Napoli in punto di irragionevole, ingiustificata, contraddittoria e incoerente disparità di trattamento - a parità di situazione sostanziale – tra il possessore componente di un nucleo familiare residente e dimorante in due diversi immobili dello stesso comune e quello il cui nucleo familiare risieda e dimori in distinti immobili ubicati in comuni diversi (tale da determinare l’incompatibilità tra l’art. 3 Cost. e l’art. 13, co. 2, quinto periodo, del D.L. n. 201/2011), la Corte Costituzionale si è invero spinta oltre il richiesto intervento addittivo volto sostanzialmente ad espungere dalla norma il dato geografico dell’ubicazione dell’immobile posseduto dal contribuente. A tale proposito, la Consulta ha altresì sollevato innanzi a sé – con diversa ordinanza n. 50 del reg. ord. 2022 - questione di legittimità costituzionale del quarto periodo del prefato comma 2 dell’art. 13, nella parte in cui, ai fini del riconoscimento dell’esenzione IMU de qua, definisce quale “abitazione principale” quella in cui si realizza la contestuale sussistenza del duplice requisito della residenza anagrafica e della dimora abituale non solo del possessore, ma anche del nucleo familiare di quest’ultimo, non tenendo conto di effettive esigenze che abbiano potuto condurre i suoi componenti a stabilire residenze e dimore abituali e in ogni caso generando un trattamento diverso del nucleo familiare – tale è da ritenersi il rapporto sorto per effetto del matrimonio o di un’unione civile - rispetto sia alle persone singole che alle coppie di mero fatto. La Corte Costituzionale muove dall’assunto che nel nostro ordinamento costituzionale non possono trovare cittadinanza misure fiscali strutturate in modo da penalizzare coloro che, così formalizzando il proprio rapporto, decidono di unirsi in matrimonio o di costituire un’unione civile, perché verrebbe dato rilievo ad un elemento soggettivo tendenzialmente discriminatorio; per l’effetto ha ritenuto il riferimento al nucleo familiare – ai fini dell’individuazione dell’immobile destinatario dell’agevolazione fiscale –, così come interpretato dal diritto vivente, incompatibile con diverse disposizioni della carta costituzionale (artt. 3, 31 e 53). Infine, è bene evidenziare che la Consulta ha precisato che la sentenza non potrà essere utilizzata per legittimare comportamenti “elusivi”: qualora le coppie unite in matrimonio o in unione civile abbiano la stessa dimora abituale e abbiano immobili diversi, l’esenzione IMU non potrà estendersi alle c.d. “seconde case”. Per completezza si evidenzia che la declaratoria di illegittimità costituzionale ha inciso in via consequenziale anche sulla definizione di “abitazione principale” di cui all’art. 1, comma 741, lett. b), secondo periodo, della Legge di Bilancio 2020 (c.d. disciplina della “nuova IMU”), che contemplava anch’essa il requisito del “nucleo familiare”, oggi definitivamente espunto. La sopramenzionata pronuncia della Consulta apre ora la strada alle richieste di rimborso dell’IMU – con termine decadenziale di 5 anni - da parte di chi aveva versato (indebitamente) l’IMU in ragione del fatto che il proprio coniuge, in un dato periodo di imposta, aveva avuto la residenza anagrafica ovvero la dimora abituale presso un immobile sito in un comune diverso. Tale facoltà, tuttavia, potrebbe essere preclusa a coloro che, versando nella situazione sopra descritta, abbiano pagato l’IMU in conseguenza della notifica di un avviso di accertamento divenuto definitivo. In ogni caso, la domanda di rimborso dovrà essere accompagnata dall’allegazione e dalla prova delle circostanze atte a dimostrare la sussistenza dei due requisiti – residenza anagrafica e dimora abituale del (solo) possessore -, e dalla relativa prova, trattandosi di richiesta di rimborso che si basa sul riconoscimento di un’agevolazione fiscale, in relazione alla quale l’onere della prova ricade sul contribuente.       Contributo a cura dell'avv. Matteo Praturlon, Coordinatore del Dipartimento per la riforma del processo tributario e fiscalità  
Avvocati specialisti: – il Tar Lazio apre anche ai professori universitari; – come ottenere il titolo di avvocato specialista.
La tematica delle “specializzazioni” nella professione forense (di cui al D.M n. 144/2015[1], come modificato dal D.M n. 163/2020[2] entrato in vigore il 10.02.2021) è, da mesi, questione dibattuta, oltremodo attuale ed oggetto di continua evoluzione giurisprudenziale. Ultimo approdo, in tal senso, è rappresentato dalla sentenza n. 10834/2022 emessa dal Tar del Lazio, Sezione di Roma, lo scorso 1 agosto 2022 con cui l’adito Collegio ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 2, terzo comma del D.M. 163/2020 nella parte in cui escludeva i professori universitari dal conferimento diretto – da parte del CNF – del titolo di avvocato specialista. Appare opportuno analizzare, brevemente, il contenuto della cennata pronuncia per la cui consultazione integrale si rimanda al sito di giustizia amministrativa. Il predetto articolo 2, terzo comma D.M cit. prevedeva che il titolo di avvocato specialista potesse essere conferito (direttamente) dal Consiglio nazionale forense (anche) in ragione del conseguimento del titolo di dottore di ricerca ove riconducibile ad uno dei settori di specializzazione di cui al D.M stesso. La testè richiamata previsione veniva impugnata, dapprima, con ricorso principale cui seguiva ricorso per motivi aggiunti proposto avverso il provvedimento del CNF con cui si denegava al ricorrente (professore universitario oramai in quiescenza) il conferimento “diretto” del titolo di avvocato specialista. Il ricorrente adduceva a sostegno della propria impugnazione, quale unico ed assorbente motivo di diritto, la palese illogicità e disparità di trattamento tra il conferimento – in automatico – del titolo di avvocato specialista ai dottori di ricerca e non anche ai professori universitari. Il gravame trovava accoglimento con la sentenza in rassegna. In particolare, il Collegio riteneva evidente che una simile disposizione fosse illogica nella misura in cui, consentendo il conseguimento del titolo di avvocato specialista al dottore di ricerca (ossia colui che è dotato delle “competenze necessarie per esercitare attività di ricerca di alta qualificazione”) negasse, invece, la medesima possibilità al professore universitario ordinario, che ha raggiunto la “piena maturità scientifica e che quindi dimostra una maggiore competenza scientifica nel settore”. Da tanto ne è derivato l’annullamento, in via principale, dell’articolo 2, comma 3 D.M cit., risultando esso illegittimo nella parte in cui non includeva anche i professori universitari tra i soggetti legittimati al conseguimento del titolo da parte del CNF nei relativi settori di specializzazione; nonché annullamento, per illegittimità derivata, della nota del CNF oggetto di ricorso per motivi aggiunti.   A seguire si offrono in consultazione schemi operativi per l’acquisizione del titolo di avvocato specialista. Schemi_Avvocato Specialista_definitivi (1)     Contributo a cura del Dipartimento Specializzazioni: Giovanni Cassì - Vittoria Chiacchio - Elisabetta Rossi - Clementina Vitale - Cristine Campigotto - Francesco Faraone. [1]  Regolamento recante disposizioni per il conseguimento e il mantenimento del titolo di avvocato specialista, a norma dell'articolo 9 della legge 31 dicembre 2012, n. 247. [2] Regolamento concernente modifiche al decreto del Ministro della giustizia 12 agosto 2015, n. 144, recante disposizioni per il conseguimento e il mantenimento del titolo di avvocato specialista, ai sensi dell’articolo 9 della legge 31 dicembre 2012, n. 247.
GIURISDIZIONE CIVILE: LA CENERENTOLA DEI DIRITTI SOCIALI
PREMESSA Il presente contributo propone un punto di vista critico della riforma al processo civile di cui al decreto Legislativo 149/2022 (G.U. 17/10/2022 Supp. Ord.) con riguardo ai sistemi di risoluzione delle controversie alternativi al giudizio (c.d. ADR). Ci si soffermerà sugli istituti della mediazione civile e commerciale e della negoziazione assistita, con focus sulle incombenze operative degli avvocati. Un cenno finale sarà dedicato, poi, alle occasioni – mancate – di procedere all’armonizzazione di tutta la normativa applicabile in materia di procedura stragiudiziali con emanazione di un testo unico e di prendere posizione sugli effetti giuridici delle decisioni dell’Arbitro Bancario Finanziario (ABF) nonché dell’Arbitro per le Controversie Finanziarie (ACF) che, invece, avrebbe meritato attenzione da parte del Legislatore in ragione, se non altro, della mole di contenzioso specialistico assorbito da questi organismi. GIURISDIZIONE CIVILE: LA CENERENTOLA DEI DIRITTI SOCIALI Il decreto Legislativo n. 149/2022 di riforma del processo civile dedica il capo IV alle modifiche in tema di mediazione, negoziazione assistita (e arbitrato). La finalità è quella di implementare gli strumenti deflattivi del contenzioso giudiziale che – almeno nelle intenzioni del Legislatore – dovrebbero contribuire “al perseguimento degli obiettivi di efficienza del sistema e di risposta adeguata e tempestiva delle richieste di risoluzione dei conflitti tra privati”. Accanto al lodevole – dichiarato – obiettivo di coltivare la complementarietà delle due vie, giudiziale e stragiudiziale, quale strumento di ampliamento della risposta di giustizia, non si può nascondere che questo alleggerimento – almeno teorico – del lavoro della magistratura ordinaria, sia funzionale ad evitare, in ultima istanza, la destinazione di ulteriori risorse economiche al soddisfacimento dei diritti sociali, tra cui quello alla giurisdizione civile si pone a pieno titolo. Una sorta di spinta gentile verso la privatizzazione – in senso lato – anche in questo settore, come si avrà modo di illustrare infra. Non è questa la sede per discorrere dell’appropriatezza di tale approccio. Basterà qui ricordare che gli operatori del diritto (avvocati, magistrati, accademia) sin da tempi ben precedenti l’attuale riforma, hanno ravvisato nell’aumento del personale (non solo giudici, ma anche personale di cancelleria) la chiave di volta per l’efficientamento del sistema giudiziario, suggerendo al Legislatore un approccio – se non antitetico, certamente – diverso da quello qui adottato. Quanto alla tecnica normativa impiegata per la redazione del decreto, al netto delle norme aggiunte ex novo, si è fatto ricorso alla – ormai consueta – sbrigativa indicazione delle “parole aggiunte nei”/“parole eliminate dai” testi previgenti, che mette in croce l’operatore bisognoso di pronta risposta alla pronta domanda su come si debba agire ad esito della modifica normativa. Un sentito grazie va, dunque, a coloro che si sono premurati di redigere, a beneficio di tutti, le tavole sinottiche già disponibili on-line in diverse versioni. LA MEDIAZIONE RIFORMATA[1] In tema di mediazione civile e commerciale una delle novità più rilevanti attiene l’ampliamento delle materie in relazione alle quali il ricorso a questa procedura opera come condizione di procedibilità della lite in sede giudiziale (eccetto che per i particolari procedimenti indicati nel co. 6 dell’art. 2 a cui si rinvia). Dette materie sono individuate secondo un denominatore comune ravvisabile nel rapporto contrattuale di durata, sul presupposto che il valore della mediazione dovrebbe essere maggiormente percepito nelle ipotesi in cui la relazione tra le parti sia connotata da una estensione nel tempo. Perciò l’art. 5 estende la mediazione obbligatoria ai fini della procedibilità ai rapporti nascenti da contratti di associazione in partecipazione, consorzio, franchising, opera, rete, somministrazione, società di persone e subfornitura, fermo restando il ricorso alle procedure di risoluzione alternativa delle controversie previsto da leggi speciali (ABF, ACF - su cui si dirà in chiusura- ; Arbitro Assicurativo; Conciliazione Paritetica). Scompare il riferimento alle controversie in materia di risarcimento del danno da circolazione di veicoli e natanti, mentre è mantenuto quello, più generale, al contratto assicurativo. Ad esso si collega, quindi, il richiamo alle procedura di cui all’articolo 187.1 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209 (Arbitro Assicurativo, il cui iter istitutivo è in via di completamento) quale procedura alternativa alla mediazione obbligatoria. Indipendentemente dalla materia, è stata aggiunta ex novo la previsione per cui la mediazione è sempre condizione di procedibilità quando è demandata dal giudice (art. 5 quater) e quando è prevista da clausole statutarie o contrattuali (art. 5 sexies). L’assistenza legale obbligatoria è prevista (art. 8 co. 5) nelle materie di cui all’art. 5 co. 1 e quando la mediazione è demandata. Ne consegue che l’assistenza legale è facoltativa negli altri casi, tra cui anche – inspiegabilmente – quelli di mediazione prevista da clausole statutarie o contrattuali, pur trattandosi di ipotesi in cui la mediazione opera come condizione di procedibilità, come appena visto. La distonìa è evidente. La condizione di procedibilità si considera avverata quando il primo incontro si conclude senza l’accordo (così il co. 4 art. 5). Alla mancata comparizione senza giustificato motivo della parte invitata (art. 12 bis) si dà rilievo non come elemento per ritenere non avverata la condizione (è chiaro, infatti, che l’accordo non si può neppure tentare se la parte invitata non compare e, quindi, osta ad una mediazione effettiva), ma quale elemento liberamente valutabile dal giudice come prova (ex art. 116 c.p.c.), nonché ai fini della condanna al pagamento, allo Stato, di una somma pari al doppio del contributo unificato. Nel caso in cui così provveda il giudice, su istanza di parte, può, ma non deve condannare la parte soccombente che non ha partecipato alla mediazione al pagamento, in favore della controparte, di una somma equitativamente determinata in misura non superiore nel massimo alle spese del giudizio maturate dopo la conclusione del procedimento di mediazione (art. 12 bis co.3). Le sanzioni a tal guisa congeniate, cioè con effetti a strascico sul giudizio anziché circoscritti alla procedura di mediazione, presuppongono necessariamente che un giudizio si faccia. Ne segue che, se, per un motivo qualunque, la controversia su cui è stata tentata la mediazione non viene portata davanti al giudice, la condotta non collaborativa resta impunita, benché ritenuta illegittima. Ciò è di solare evidenza soprattutto sul contenzioso che vede contrapposte parti con potere negoziale difforme e squilibrato (si pensi, ad esempio, al contenzioso bancario, finanziario, assicurativo e con gli enti pubblici) nel quale il contraente forte, per solito, “scommette” sulle minori risorse economiche a disposizione della controparte privata (cittadino o impresa che sia) e, quindi, proprio sul fatto che l’azione giudiziale non verrà neppure iniziata. In questi casi la sanzione non funziona né come deterrente alla mancata partecipazione, né come sprone alla conciliazione. Questo dimostra quanto si è anticipato in apertura. Finché l’approccio normativo alla mediazione resterà ispirato al suo utilizzo in chiave punitiva, nel senso di intimidire le parti e di farle desistere dal rivolgersi alla giurisdizione, non si potrà veramente parlare di complementarità delle due vie, giudiziale e stragiudiziale, nella risoluzione dei conflitti, quanto, piuttosto, di risparmio di spesa fine a sé stesso, e/o ad apparire virtuosi agli occhi europei. Nello stesso senso depone la previsione che riconosce l’accesso al patrocinio a spese dello stato per i soli casi di mediazione (e anche negoziazione assistita) che si esaurisce con accordo (co.1 art. 15 bis). La norma, così congeniata, è penalizzante per la parte non abbiente soprattutto nel caso in cui il mancato accordo al primo incontro si produca a causa della mancata partecipazione della parte invitata. Da questo angolo visuale il Legislatore attesta di non aver colto appieno – o meglio, affatto – la sfida da affrontare, che esige l’impegno di risorse adeguate in un progetto a lungo termine anziché lo sfruttamento ad esaurimento dei finanziamenti del PNRR. Un’altra novità consiste nell’aver previsto (co. 5 art. 2) che lo svolgimento della mediazione non preclude in ogni caso la concessione dei provvedimenti urgenti e cautelari, né la trascrizione della domanda giudiziale, così recependo una prassi già in uso. Parimenti, la previsione (co. 7 art. 8) della facoltà, per le parti, di rinunciare alla riservatezza sull’eventuale CTU espletata in mediazione e, così, di produrla in giudizio, conferisce status normativo ad una prassi già applicata, all’evidente scopo di risparmiare tempo e denaro nella fase giudiziale. Sennonché la CTU prodotta resta una prova liberamente valutabile dal giudice (ex art. 116 c.p.c.) il quale mantiene, al riguardo, ogni potere istruttorio, tra cui anche quello di ordinarne l’integrazione e/o la rinnovazione. Ne segue che il funzionamento della norma come baluardo di risparmio nel senso prospettato, non è certo, ma solo possibile. Sempre in accoglimento di prassi invalsa, è stata prevista la possibilità di derogare in proroga al termine trimestrale di durata standard (co. 3 art. 6), il tutto senza impatto sui termini di durata del processo ai fini degli indennizzi di cui alla Legge Pinto. Opportunamente sono stati introdotti, poi, gli articoli 5 bis e 5 ter. Il primo, recependo la giurisprudenza di legittimità, pone a carico della parte opposta nella procedura di opposizione a decreto ingiuntivo l’onere di avvio della mediazione. Il secondo riconosce all’amministratore di condominio la capacità di rappresentare l’ente condominiale in mediazione indipendentemente da espressa delibera assembleare autorizzativa che permane, invece, ai fini dell’approvazione dell’accordo. Ne segue che il co 3 dell’art 71 quater disp. att. c.c. si deve considerare sostanzialmente abrogato dalla normativa sopravvenuta (in applicazione del criterio cronologico) a partire dalla sua entrata in vigore (30/06/2023, salvo rinvii). Altrettanto opportuna, poi, appare la norma dell’art. 11 bis nel prevedere per i rappresentanti delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 20 marzo 2001, n. 165, che la conciliazione nel procedimento di mediazione ovvero in sede giudiziale non dà luogo a responsabilità contabile, salvo il caso in cui sussista dolo o colpa grave, consistente nella negligenza inescusabile derivante dalla grave violazione della legge o dal travisamento dei fatti. La norma consente di evitare che il timor-panico di inchieste della Procura presso la Corte dei conti possa frenare le conciliazioni da parte dei funzionari della p.a. L’art. 8 bis è interamente dedicato alla mediazione in via telematica, con rinvio al codice dell’amministrazione digitale per ciò che attiene la redazione, firma e conservazione dei documenti prodotti. LA NEGOZIAZIONE ASSISTITA RIFORMATA Questa procedura ADR, introdotta con dl n. 132/2014, ha dato risultati statisticamente irrilevanti eccetto che nell’ambito delle separazioni e dei divorzi, favorendo approcci collaborativi più confacenti alla materia rispetto al contesto di contrapposizione in aula. Il nuovo art. 2 ter, prevede la possibilità di farvi ricorso anche per le controversie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile (cioè in materia di lavoro), fermo restando quanto disposto dall’articolo 412-ter del medesimo codice, senza che ciò costituisca condizione di procedibilità dell’azione, e con obbligo di assistenza legale. L’accordo conciliativo eventualmente raggiunto avrà valenza ed efficacia equiparabile agli accordi stipulati in sede protetta con l’assistenza delle organizzazioni sindacali e datoriali. L’altra rilevante novità in materia riguarda la facoltà di prevedere, nella convenzione di negoziazione, la possibilità di svolgere una sorta di “indagini difensive” sul modello della disclosure americana, consistente nell’acquisizione di dichiarazioni da parte di terzi su fatti rilevanti in relazione all’oggetto della controversia e nella richiesta alla controparte di dichiarare per iscritto, ai fini di cui all’articolo 2735 del codice civile, la verità di fatti ad essa sfavorevoli e favorevoli alla parte richiedente. Ai posteri l’ardua sentenza sulla sua praticabilità in concreto. Non si può tacere, però, che se il tempo così guadagnato è dedicato alla precostituzione delle prove per la causa futura e, quindi, a preparare le armi anziché al dialogo schietto tra le parti, allora il sospetto che, per gli ideatori di questa riforma, le procedure ADR costituiscano una ghiotta occasione di risparmio tramite privatizzazione del processo diventa quasi una certezza. ABF e ACF Trattando della mediazione, si è detto che il nuovo art. 5, con riguardo alla materia bancaria e finanziaria, mantiene il richiamo ai procedimenti avanti l’Arbitro Bancario e Finanziario, istituito presso la Banca d’Italia, e avanti l’Arbitro per le Controversie Finanziarie, istituito presso la Consob, quali procedure a cui far ricorso ai fini di realizzare la condizione di procedibilità della domanda. Vi è da dire, al riguardo, che entrambi questi procedimenti, una volta innescati, proseguono indipendentemente dalla partecipazione attiva della parte resistente (intermediario bancario o finanziario), diversamente da quanto accade per mediazione e negoziazione assistita. Altra divergenza sta nel fatto che entrambi, salvo casi particolari, si concludono con una decisione dell’Arbitro, non con un accordo o con un mancato accordo. Pertanto, carente ogni indicazione e/o coordinamento normativo al riguardo, non è dato comprendere quale sia, qui, l’evento il cui avveramento soddisfa la procedibilità della domanda. Con riguardo alla decisione, va evidenziato che essa, diversamente dall’accordo raggiunto in mediazione o negoziazione, non è vincolante per nessuna delle parti, né coercibile dal ricorrente, in ipotesi, vittorioso. In un contesto come quello attuale in cui i casi di inadempimento, degli intermediari soccombenti, alle decisioni si moltiplicano (si vedano, al riguardo, le indicazioni presenti sui siti internet rispettivi degli Arbitri), non si comprende in che modo queste procedure possano concretamente contribuire alla deflazione del contenzioso se permangono congeniate alla maniera attuale. La rilevanza processuale loro attribuita dal D.lgs. 149/2022 appare, dunque, meramente formale e, in ultima analisi, priva di sostanza. Viene legittimo chiedersi perché, se sono considerati strumenti alternativi alla giustizia ordinaria, non si vuole compiere il passo decisivo, che è quello di mettere tali servizi nelle condizioni di piena operatività riconoscendo alla decisione assunta la stessa valenza dell’accordo raggiunto in mediazione o in negoziazione. Certo, questo obiettivo presuppone indubbiamente una preventiva revisione della disciplina attuale, sia in termini di funzionamento, sia in termini di finanziamento, onde garantire una maggiore terzietà ed indipendenza dei componenti. Ma il Legislatore continua a fare orecchie da mercante, avendo persino ritenuto opportuno disattendere la previsione della legge delega ( lett. b) co. 4, art. 1) che prevedeva la predisposizione interventi per l’armonizzazione della normativa in materia di procedure stragiudiziali e la sua collocazione in un testo unico. La motivazione è, ça va sans dire, evitare i costi collegati al monitoraggio che tale riorganizzazione avrebbe imposto[2].     [1] I riferimenti normativi riportati nello svolgimento della trattazione si riferiscono al D.lgs 28/2010 nella versione modificata dalla riforma. [2] Relazione Illustrativa al D.Lgs 149/2022 G.U. 19/10/2022 Supp.Ord. pag. 120       Contributo a cura dell'avv. Marta Buffoni , componente del Dipartimento Nazionale AIGA per la Riforma del processo civile.
Non applicabile la messa alla prova agli Enti nel procedimento ex D. Lgs. n. 231/2001.
È questa la soluzione fornita dalle Sezioni Unite penali (informazione provvisoria n. 17/2022 del 27/10/2022): “Il procuratore generale è legittimato, ai sensi dell’art. 464-quater, comma 7, c.p.p., ad impugnare l’ordinanza di ammissione alla prova (art. 464-bis, c.p.p.) ritualmente comunicatagli ai sensi dell’art. 128 c.p.p. In conformità a quanto previsto dall’art. 586 c.p.p., in caso di omessa comunicazione dell’ordinanza è legittimato ad impugnare quest’ultima insieme con la sentenza al fine di dedurre anche motivi attinenti ai presupposti di ammissione alla prova. L’istituto dell’ammissione alla prova (art. 168-bis c.p.) non trova applicazione con riferimento agli enti di cui al d. lgs. n. 231 del 2001”. Le Sezioni Unite, pertanto, hanno risolto negativamente l’interessante questione giuridica sull’applicabilità dell’istituto della messa alla prova al procedimento nei confronti degli Enti, nata da provvedimenti non univoci e contrastanti delle corti di merito (Tribunale di Milano – ordinanza 27/03/2017, di Modena – ordinanza 11/12/2019, di Bologna – ordinanza 10/12/2020, di Spoleto – ordinanza 21/04/2021 – e, in ultimo, di Bari – ordinanza 22/06/2022). Occorrerà attendere il deposito della motivazione per comprendere l’iter argomentativo seguito dalla Corte.   Contributo a cura dell'Avv. Marco Guerra, componente dipartimento AIGA Nazionale Antiriciclaggio e 231
“Sanzioni Antiriciclaggio: aggiornate le istruzioni operative”
Con la circolare DT56499 del 17.06.2022 il Dipartimento del Tesoro ha provveduto ad aggiornare le istruzioni operative in materia di irrogazione delle sanzioni destinate ai soggetti obbligati della normativa antiriciclaggio non sottoposti alla vigilanza delle autorità di vigilanza di settore e ritenuti inadempienti. La circolare in commento sostituisce la precedente circolare DT54071, adottata in ottemperanza a quanto previsto dal d.lgs. n. 90/2017, di recepimento della IV Direttiva Antiriciclaggio, ed è anch’essa diretta agli uffici centrali e territoriali del Mef, quali organi competenti all’irrogazione delle sanzioni previste nei confronti dei soggetti richiamati dall’art. 65 del d.lgs. n. 231/07, tra i quali rientrano i professionisti.  OMESSA SEGNALAZIONE DI OPERAZIONI SOSPETTE Tra le novità di rilievo, una particolare importanza riveste il tema dell’omessa segnalazione di operazioni sospette. Sul punto, l’impianto sanzionatorio previsto dal d.lgs. n. 231/2007 prevede due fattispecie tipiche:
  • una fattispecie “base”, non connotata dalla presenza di ulteriori caratteristiche qualificanti della condotta materiale, per cui è prevista l’applicazione della sanzione pecuniaria nella misura di 3.000 euro;
  • una fattispecie “qualificata” nella quale il legislatore individua, alternativamente o cumulativamente, ulteriori elementi tipizzati capaci di attribuire alla condotta carattere “grave”, “ripetuto”, “sistematico”, “plurimo” e che possono determinare l’irrogazione di sanzioni che variano da 30.000 a 300.000 euro.
Con riguardo a tale ultima ipotesi, la circolare analizza i parametri normativi che caratterizzano la violazione “qualificata”. Nello specifico, il carattere “ripetuto” delle violazioni deve essere desunto dall’esistenza di ulteriori contestazioni della medesima violazione e dalla circostanza che almeno una di esse sia già stata oggetto di sanzione. A tal fine si precisa che all’Autorità verbalizzante, nel corso dell’accertamento, spetta richiedere espressamente all’incolpato di riferire sull’eventuale esistenza di precedenti provvedimenti sanzionatori, notificatigli per la stessa violazione negli ultimi cinque anni, fermi restando i precedenti più risalenti che potranno essere riscontrati dall’Autorità irrogante; stabilire il grado di rilevanza  da attribuire alle eventuali divergenze tra quanto emerso e le dichiarazioni dell’incolpato. Il carattere della ripetitività si riscontra anche in caso di più atti di contestazione a carico del medesimo soggetto obbligato, differenti per quanto concerne la fattispecie contestata ma riuniti in un solo procedimento o istruiti congiuntamente. La violazione deve, invece, ritenersi “sistematica” quando, nell’ambito di uno o più atti di contestazione e a seguito di analisi svolta dall’autorità verbalizzante su di un numero sufficientemente elevato di singole operazioni, riconducibili a differenti operazioni o prestazioni professionali, non necessariamente ricollegabili allo stesso cliente o negozio, distinte sia dal punto di vista oggettivo che soggettivo, si rilevi l’omissione sanzionata dalla norma. Infatti, la sistematicità della violazione assume una configurazione tanto più evidente quanto più è ampio l’arco temporale lungo il quale si sviluppano le operazioni e le prestazioni esaminate e quanto più complessa e articolata la struttura organizzativa al cui interno le violazioni sono perpetrate. A differenza della ripetitività e della sistematicità delle violazioni il carattere “plurimo” attiene alla singola contestazione elevata. Sulla base di quanto evidenziato, sono da intendersi plurime quelle violazioni che:
  • anche afferendo ad una singola operatività, in cui si registrino più operazioni distribuite in un arco temporale anche esteso, presentino elementi di sospetto in base ai parametri normativi vigenti;
  • riguardando anche una singola prestazione professionale, articolata in più operazioni oggettivamente distinte, diano luogo a differenti fattispecie autonome e per ciascuna delle quali siano presenti elementi di sospetto.
Il carattere “sistematico” delle violazioni si differenzia da quello “plurimo” sotto un profilo quantitativo/percentuale, poiché la rilevazione del carattere sistematico delle omissioni presuppone un modus operandi abituale o ampiamente prevalente del soggetto obbligato, che può essere escluso nel caso in cui l’incolpato dimostri di avere effettuato in passato segnalazioni di operazioni sospette. Per quanto attiene alla “gravità” della violazione contestata, la circolare evidenzia come tale parametro vada graduato in relazione alla  varietà della casistica e all’intensità con cui essa si manifesta, sulla base di criteri individuati dal legislatore, che fanno riferimento:
  • all’intensità e al grado dell’elemento soggettivo, anche in riferimento all’ascrivibilità della violazione alla carenza, all’incompletezza e alla non adeguata diffusione di prassi operative e di procedure di controllo interno;
  • al grado di collaborazione con le autorità di cui all’articolo 21, comma 2, lettera a);
  • alla rilevanza e all’evidenza dei motivi del sospetto, anche avuto riguardo al valore dell’operazione e al grado della sua incoerenza rispetto alle caratteristiche del cliente e del relativo rapporto;
  • alla reiterazione e diffusione dei comportamenti, anche in relazione alle dimensioni, alla complessità organizzativa e all’operatività del soggetto obbligato.
In riferimento al quantum da applicare nel caso in cui venga contestata una violazione qualificata, il testo prevede tre differenti intervalli di sanzione (compresi tra i 30.000 e i 300.000 euro) corrispondenti a differenti gradi di intensità della sanzione:
  • 30.000 – 120.000;
  • 120.000 – 210.000;
  • 210.000 – 300.000.
Ogni intervallo è direttamente collegato al grado di intensità della violazione qualificata, la quale dipende dal numero e dalla tipologia dei parametri normativi individuati nel caso di specie, attribuendo maggiore rilievo al carattere “sistematico” e a quello “grave”. Una volta identificato l’intervallo di riferimento per l’individuazione dell’importo della sanzione da irrogare, per stabilire l’entità della sanzione in concreto dovrà tenersi conto di alcuni “criteri per l’applicazione delle sanzioni” riguardanti:
  • gravità e durata della violazione;
  • grado di responsabilità della persona fisica o giuridica;
  • capacità finanziaria della persona fisica o giuridica responsabile;
  • entità del vantaggio ottenuto o delle perdite evitate per effetto della violazione, se determinabili;
  • entità del pregiudizio cagionato a terzi per effetto della violazione, se determinabile;
  • livello di cooperazione con le autorità di cui all’art. 21, comma 2, lett. a) prestato dalla persona fisica o giuridica responsabile;
  • adozione di adeguate procedure di valutazione e di mitigazione del rischio di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, commisurate alla natura dell’attività svolta e alle dimensioni dei soggetti obbligati;
  • precedenti violazioni delle disposizioni.
  INOSSERVANZA DEGLI OBBLIGHI DI ADEGUATA VERIFICA Anche per la violazione degli obblighi di adeguata verifica della clientela, il legislatore individua due distinte fattispecie tipiche:
  • fattispecie “base”: non connotata dalla presenza di ulteriori elementi qualificanti, per cui è elevata una sanzione pecuniaria di euro 2.000 che può, in ogni caso, essere ridotta in caso di violazioni ritenute di minore gravità;
  • fattispecie “qualificata”: prevede la presenza, alternativa o cumulativa, dei medesimi elementi costitutivi previsti per l’omessa segnalazione di operazioni sospette, con l’applicazione di una sanzione compresa tra i 2.500 e i 50.000 euro.
Sui parametri da adottare in ordine all’accertamento della violazione “qualificata” degli obblighi di adeguata verifica della clientela valgono le medesimi considerazioni effettuate con riguardo all’omessa segnalazione di operazioni sospette. Per quanto riguarda, in particolare, l’elemento della “gravità” della violazione, in riferimento alla “rilevanza ed evidenza dei motivi del sospetto” di cui all’art. 56 co. 2, la circolare precisa che tale criterio può assumere una duplice e alternativa valenza. In particolare si prevede che, nel caso in cui derivi, come conseguenza immediata e diretta della violazione delle disposizioni in materia di adeguata verifica, l’inosservanza dell’obbligo di segnalazione di operazione sospetta – risultando pertanto sanzionabile unicamente a tale diverso titolo - il criterio rileva ai fini della determinazione della sanzione nell’ambito dell’intervallo edittale previsto (30.000-300.000 euro), secondo il procedimento precedentemente illustrato. Allo stesso tempo, però, si stabilisce che la rilevanza e l’evidenza dei motivi del sospetto concorrono a delineare anche la violazione di cui all’art. 56, comma 2, quando quest’ultima risulti sanzionabile solo a tale titolo, nella misura in cui si va a incidere sulla stessa sussistenza dell’obbligo di adeguata verifica o sulle modalità di adempimento del medesimo in relazione al livello di rischio. Anche nell’ipotesi di fattispecie “qualificata” di violazione degli obblighi di adeguata verifica, ai fini della determinazione della sanzione da irrogare nell’ambito dell’intervallo edittale compreso tra i 2.500 e i 50.000 euro, si procede alla suddivisione dello stesso in 3 sub-intervalli, corrispondenti a 3 gradi crescenti di intensità della violazione:
  • 2.500 – 15.000;
  • 15.000 – 30.000;
  • 30.000 – 50.000:
Al contrario di quanto stabilito con riguardo alle ipotesi di violazione dell’obbligo di segnalazione di operazione sospetta, nel caso di violazione degli obblighi di adeguata verifica i “sub-intervalli” individuati non hanno pari ampiezza, ritenendosi opportuno stabilire intervalli di ampiezza crescente in ragione della maggiore frequenza e intensità della gravità della violazione, del disvalore connesso all’adozione ripetuta di pratiche illegali e degli effetti negativi prodotti sull’effettività dei presidi di contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo . Per quanto concerne la valutazione, il “peso” e l’applicazione dei parametri legislativi che individuano la fattispecie “qualificata” ai fini dell’individuazione del “sub-intervallo” in cui la sanzione va situata nonché la successiva determinazione della sanzione all’interno del “sub-intervallo” individuato, valgono le stesse considerazioni formulate con riguardo al procedimento di determinazione della sanzione per la violazione dell’obbligo di segnalazione di operazione sospetta. È, però, opportuno precisare che i criteri di cui all’art. 67, comma 1, lettere d) ed e) (entità del vantaggio ottenuto, delle perdite evitate e del pregiudizio cagionato a terzi per effetto della violazione, nella misura in cui siano determinabili) rilevano ai fini della determinazione della sanzione solo nella misura in cui l’omessa adeguata verifica risulti “assorbita” dall’omessa segnalazione di operazioni sospette.   INOSSERVANZA DEGLI OBBLIGHI DI CONSERVAZIONE Anche in merito all’inosservanza degli obblighi di conservazione il legislatore individua due fattispecie distinte:
  • la fattispecie “base” prevista dall’art. 57, comma 1, a fronte della quale la sanzione pecuniaria è di 2.000 euro, con la possibilità di riduzione della stessa nel caso di violazioni di minore gravità;
  • la fattispecie “qualificata” prevista dall’art. 57, comma 2, sussistente nel caso di presenza, alternativa o cumulativa, degli stessi elementi costitutivi previsti per l’omessa segnalazione di operazioni sospette, a fronte della quale il legislatore individua una sanzione da 2.500 a 50.000 euro.
Sul punto la circolare precisa che, essendo una nuova fattispecie sanzionatoria le violazioni avranno ad oggetto soltanto le condotte manifestate successivamente all’entrata in vigore della novella. Si evidenzia, inoltre, come anche in questo caso, per i criteri adottati circa l’individuazione della fattispecie “qualificata”, riguardanti il carattere “ripetuto”, “sistematico”, “plurimo” e “grave” delle violazioni, valgono le stesse considerazioni effettuate con riguardo all’ omessa segnalazione di operazioni sospette. Anche in tale ipotesi, inoltre, per poter determinare la sanzione da irrogare (all’interno dell’intervallo edittale 2.500-50.000 euro) si procede alla suddivisione in “3 gradi” di intensità della violazione:
  • 2.500 – 15.000;
  • 15.000 – 30.000;
  • 30.000 – 50.000.
CUMULO GIURIDICO La circolare specifica che, ai sensi dell’art. 67, comma 3, del d.lgs. n. 231/07, i meccanismi del cumulo giuridico si pongono in rapporto di specialità con le singole disposizioni sanzionatore le quali, nel caso di fattispecie “qualificate” sono caratterizzate, nella loro materialità, da condotte plurime e reiterate. Pertanto, in applicazione del principio di specialità, i succitati meccanismi operano come criteri residuali ai fini dell’individuazione della fattispecie applicabile. Analogamente, i meccanismi richiamati dall’art. 67, comma 3, del cumulo giuridico verranno presi in esame nei casi in cui le violazioni degli obblighi di adeguata verifica e di conservazione siano avvinti da un nesso di continuazione, con un obiettivo differente da quello di effettuare una segnalazione di operazione sospetta e, pertanto, non riconducibile all’ambito di applicazione di cui all’art 58, comma 5. Resta inteso che per individuare la fattispecie sanzionata più gravemente, cui applicare l’aumento sanzionatorio derivante dal cumulo giuridico, si intendono integralmente richiamate le argomentazioni in tema di favor rei di cui all’articolo 69, co. 1.   FAVOR REI Il principio penalistico del favor rei e della successione delle leggi nel tempo viene introdotto, in ambito antiriciclaggio, dall’art. 69 del d.lgs. 231/07. In particolare, il primo periodo del novellato articolo 69, comma 1, riproduce l’istituto della abolitio criminis, in base al quale nessuno può essere sanzionato per una condotta che, pur essendo illecita in base alle disposizioni in vigore al momento del fatto, non è più prevista come tale dalla legge in vigore al momento dell’irrogazione della sanzione. Per poter applicare tale disposizione occorre, pertanto, verificare, nel caso concreto se la condotta contestata come illecita, sulla base della versione antecedente del d.lgs. n. 231/2007, non risulti più sanzionata dal testo novellato. In tali ipotesi, l’ufficio competente all’irrogazione della sanzione dovrà emanare un provvedimento di archiviazione, poiché il fatto contestato non è più previsto come violazione amministrativa dalle disposizioni in vigore. Per effetto di tali modifiche normative, a far data dall’entrata in vigore del d.lgs. 90/2017, si verifica l’abolizione di diversi illeciti amministrativi non più previsti come tali dalla norma con conseguente archiviazione dei procedimenti pendenti, con particolare riferimento a:
  • illeciti per violazione degli artt. 37, 38, e 39 del d.lgs. 231/2007 (omessa/irregolare istituzione/tenuta dell’Archivio Unico Informatico e del Registro della clientela, sanzionati dagli artt. 57, commi 2 e 3), non essendo più previsto l’obbligo di istituzione dei suddetti registri;
  • illeciti per violazione degli obblighi di registrazione di cui all’art. 36 del previgente d.lgs. n. 231 del 2007, non essendo più previsto l’obbligo di istituzione dei suddetti registri;
  • illeciti per violazione dell’obbligo di comunicazione di cui all’art. 36, comma 4 del previgente d.lgs. n. 231 del 2007, già penalmente sanzionati dall’art. 55, comma 7, poi depenalizzati dall’art. 1 del d.lgs. 15 gennaio 2016, n. 8 e non più previsti come illeciti sanzionati dal novellato d.lgs. n. 231/07.
Il secondo periodo dell’art. 69 co. 1, introduce, poi, il principio del favor rei, nel caso in cui si susseguano nel tempo differenti disposizioni sanzionatorie. Per poter applicare tale istituto è, cioè, necessario che una medesima condotta sia prevista come illecita e sia sanzionata dalla legge in vigore al momento del fatto e da quelle successive, ma con un regime sanzionatorio differente. E’, inoltre, necessario che almeno una delle disposizioni normative preveda una sanzione di natura amministrativa, che prevarrà rispetto a quella di natura penale eventualmente stabilita dalle altre norme sia nel caso in cui la sanzione penale sia prevista dalla disciplina vigente al momento del fatto, sia nel caso in cui sia prevista da disposizioni successive. Per quanto concerne, infine, i casi di mera depenalizzazione di fattispecie incriminatrici, si applicherà la disciplina prevista dall’articolo 2, comma 2, del codice penale, devoluta alla giurisdizione dell’Autorità giudiziaria.   PROCEDIMENTO SANZIONATORIO L’art. 69, comma 2, del novellato d.lgs. n. 231/07 prevede che il procedimento sanzionatorio debba concludersi nel termine di due anni, decorrente dalla ricezione della contestazione notificata all’amministrazione procedente, da effettuarsi esclusivamente tramite posta elettronica certificata. È, inoltre, stabilito che il termine possa essere prorogato di ulteriori sei mesi nel caso di formale richiesta di audizione nel corso del procedimento da parte dell’interessato e, a tali effetti, il procedimento “si considera concluso con l’adozione del decreto che dispone in ordine alla sanzione”. Conseguentemente, qualora il termine decorra senza che sia stato emanato il provvedimento finale, il procedimento sanzionatorio si estingue e non può essere ulteriormente proseguito. Si precisa, poi, che con riguardo agli effetti della tempestiva notifica agli interessati del provvedimento finale, resta fermo quanto stabilito dall’art. 28, commi 1 e 2 della legge n. 689/1981. Si stabilisce, inoltre, che i procedimenti pendenti al 4 luglio 2017 (data di entrata in vigore del d.lgs. n. 90/2017) il cui termine di due anni ovvero di due anni e sei mesi nel caso in cui sia stata richiesta l’audizione risulti spirato, devono essere dichiarati estinti mediante comunicazione formale che l’amministrazione procedente deve dare agli interessati. Per i procedimenti pendenti, il cui termine non risulti invece spirato, l’art. 69 comma 3 stabilisce una proroga di ulteriori dodici mesi rispetto ai due anni (ovvero due anni e sei mesi in caso di richiesta di audizione) ordinariamente previsti.

FAVOR REI

Il principio penalistico del favor rei e della successione delle leggi nel tempo viene introdotto, in ambito antiriciclaggio, dall’art. 69 del d.lgs. 231/07. In particolare, il primo periodo del novellato articolo 69, comma 1, riproduce l’istituto della abolitio criminis, in base al quale nessuno può essere sanzionato per una condotta che, pur essendo illecita in base alle disposizioni in vigore al momento del fatto, non è più prevista come tale dalla legge in vigore al momento dell’irrogazione della sanzione. Per poter applicare tale disposizione occorre, pertanto, verificare, nel caso concreto se la condotta contestata come illecita, sulla base della versione antecedente del d.lgs. n. 231/2007, non risulti più sanzionata dal testo novellato. In tali ipotesi, l’ufficio competente all’irrogazione della sanzione dovrà emanare un provvedimento di archiviazione, poiché il fatto contestato non è più previsto come violazione amministrativa dalle disposizioni in vigore. Per effetto di tali modifiche normative, a far data dall’entrata in vigore del d.lgs. 90/2017, si verifica l’abolizione di diversi illeciti amministrativi non più previsti come tali dalla norma con conseguente archiviazione dei procedimenti pendenti, con particolare riferimento a:
  • illeciti per violazione degli artt. 37, 38, e 39 del d.lgs. 231/2007 (omessa/irregolare istituzione/tenuta dell’Archivio Unico Informatico e del Registro della clientela, sanzionati dagli artt. 57, commi 2 e 3), non essendo più previsto l’obbligo di istituzione dei suddetti registri;
  • illeciti per violazione degli obblighi di registrazione di cui all’art. 36 del previgente d.lgs. n. 231 del 2007, non essendo più previsto l’obbligo di istituzione dei suddetti registri;
  • illeciti per violazione dell’obbligo di comunicazione di cui all’art. 36, comma 4 del previgente d.lgs. n. 231 del 2007, già penalmente sanzionati dall’art. 55, comma 7, poi depenalizzati dall’art. 1 del d.lgs. 15 gennaio 2016, n. 8 e non più previsti come illeciti sanzionati dal novellato d.lgs. n. 231/07.
Il secondo periodo dell’art. 69 co. 1, introduce, poi, il principio del favor rei, nel caso in cui si susseguano nel tempo differenti disposizioni sanzionatorie. Per poter applicare tale istituto è, cioè, necessario che una medesima condotta sia prevista come illecita e sia sanzionata dalla legge in vigore al momento del fatto e da quelle successive, ma con un regime sanzionatorio differente. E’, inoltre, necessario che almeno una delle disposizioni normative preveda una sanzione di natura amministrativa, che prevarrà rispetto a quella di natura penale eventualmente stabilita dalle altre norme sia nel caso in cui la sanzione penale sia prevista dalla disciplina vigente al momento del fatto, sia nel caso in cui sia prevista da disposizioni successive. Per quanto concerne, infine, i casi di mera depenalizzazione di fattispecie incriminatrici, si applicherà la disciplina prevista dall’articolo 2, comma 2, del codice penale, devoluta alla giurisdizione dell’Autorità giudiziaria.     Link al testo integrale del documento con schemi Circolare_DT56499_17_05_2022 Contributo a cura dell'avv. Antonio Valentini, Coordinatore Dipartimento Nazionale AIGA Antiriciclaggio e 231
La riforma del giudizio civile di primo grado e innovazioni telematiche: alcuni spunti di riflessione

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto legislativo 10 ottobre 2022, n. 149, in attuazione della legge delega del 26 novembre 2021, n. 206, il Legislatore ha posto la parola fine al lungo percorso che ha portato alla riforma del processo civile.

In un unico articolato normativo (art. 3) composto da ben 57 commi, è contenuta tutta la nuova disciplina che impatta sul vigente codice di procedura civile.

Da alcuni vista come una riforma epocale, da altri invece quale mero paliativo per soddisfare i tempi imposti dal PNRR, senza cambiare nulla, sta di fatto che, in ogni caso, nelle intenzioni del legislatore la riforma dovrebbe essere tale da realizzare l’obiettivo dettato dai vincoli Europei di riduzione del contenzioso e della eccessiva durata dei processi (endemica nel nostro Paese tranne rare eccezioni) nell’ottica di “semplificazione, speditezza e razionalizzazione del processo civile” e nel rispetto della garanzia del contraddittorio.

Come per tutte le riforme, solo la prassi e l’applicazione nella vita quotidiana ci potranno dire se il legislatore ha avuto torto o ragione. Sicuramente però, alla luce dell’esperienza maturata nelle aule dei Tribunali, una, seppur ipotetica, visione prospettica di quello che potrà essere l’impatto della riforma in futuro, è certamente possibile.

E per farlo preliminare ad ogni ragionamento è vedere come è cambiato il giudizio di primo grado.

Richiamando la relazione illustrativa al decreto delegato, alla cui lettura si rimanda, il primo dato che emerge è che è la fase introduttiva il perno su cui ruota tutto il processo di primo grado e sui cui il Legislatore ha puntato, con lo scopo di perseguire una maggiore concentrazione e pervenire alla prima udienza con la già avvenuta completa definizione del thema decidendum e del thema probandum, consentendo al Giudice, attraverso le necessarie verifiche preliminari anticipate, un più esteso case management volto, tra le altre possibilità, anche a favorire il passaggio dal rito ordinario a quello semplificato. La complessiva scansione dell’iter giudiziale è stata a sua volta semplificata, sopprimendo alcune udienze, come quella per il giuramento del consulente tecnico d’ufficio e quella di precisazione delle conclusioni, sostituita dallo scambio di note scritte, e cadenzata attraverso l’obbligo del giudice di predisporre il calendario del processo alla prima udienza e la previsione di un termine non superiore a novanta giorni dalla prima udienza per l’udienza per l’assunzione delle prove.

Anche la fase decisoria del giudizio di primo grado è stata interamente novellata, con la previsione di termini difensivi finali ridotti e a ritroso dalla finale rimessione della causa in decisione. Il decreto legislativo ha poi inteso realizzare la semplificazione dei procedimenti attraverso il rafforzamento di un modello processuale già esistente, il procedimento sommario di cognizionedenominato ora procedimento semplificato di cognizione e reso obbligatorio per ogni controversia, anche di competenza del Tribunale in composizione collegiale, quando i fatti di causa non siano controversi oppure quando la domanda sia fondata su prova documentale o di pronta soluzione o comunque richieda un’attività istruttoria non complessa.

E ancora, sono stati introdotti provvedimenti estremamente semplificati di accoglimento o di rigetto, rispettivamente per i casi in cui i fatti costitutivi sono provati e le difese del convenuto appaiono manifestamente infondate, oppure quando la domanda è manifestamente infondata o è omesso o risulta assolutamente incerto la determinazione della cosa oggetto della domanda o l’esposizione dei fatti e degli elementi che costituiscono le ragioni della domanda ex articolo 163, terzo comma, numero 3) del codice di procedura civile.

Vediamo dunque, a livello operativo, come si sostanzia e sviluppa il nuovo processo di primo grado:

  • Tra la notifica dell’atto di citazione e la prima udienza dovrà intercorrere un termine non inferiore a 120 giorni
  • L’attore, notificato l’atto, dovrà costituirsi entro 10 giorni
  • Il convenuto, a sua volta, dovrà costituirsi entro 70 giorni prima dell’udienza.

Qui si conclude la prima fase. Ciò che emerge, e lo vedremo tra poco, è che nelle intenzioni del Legislatore tutta l’attività preliminare all’udienza istruttoria deve concentrarsi nei 70 giorni che intercorrono tra la data di costituzione del convenuto e la prima udienza.

Sul punto sono stati introdotti due articoli specifici, nuovi, il 171 bis e il 171 ter cpc.

  • VERIFICHE PRELIMINARI à 171 bis cpc
  • Scaduto il termine di cui all’art. 166 cpc (termine di costituzione del convenuto – 70 gg prima dell’udienza di comparizione) il Giudice entro i successivi 15 giorni, verificata d'ufficio la regolarità del contraddittorio, pronuncia, quando occorre, i provvedimenti previsti dagli articoli 102, secondo comma, 107, 164, secondo, terzo e quinto comma, 167, secondo e terzo comma, 171, terzo comma, 182, 269, secondo comma, 291 e 292, e indica alle parti le questioni rilevabili d’ufficio di cui ritiene opportuna la trattazione, anche con riguardo alle condizioni di procedibilità della domanda e alla sussistenza dei presupposti per procedere con rito semplificato. Tali questioni sono trattate dalle parti nelle memorie integrative di cui all’articolo 171 ter.
  • Se necessario, alla luce delle questioni rilevate, fissa una nuova udienza di comparizione delle parti, rispetto alla quale decorreranno i termini di cui all’art. 173 ter
  • MEMORIE INTEGRATIVE à 171 ter cpc à Le parti, a pena di decadenza, con memorie integrative possono:
  • almeno quaranta giorni prima dell’udienza di cui all’articolo 183, proporre le domande e le eccezioni che sono conseguenza della domanda riconvenzionale o delle eccezioni proposte dal convenuto o dal terzo, nonché precisare o modificare le domande, eccezioni e conclusioni già proposte. Con la stessa memoria l’attore può chiedere di essere autorizzato a chiamare in causa un terzo, se l’esigenza è sorta a seguito delle difese svolte dal convenuto nella comparsa di risposta;
  • almeno venti giorni prima dell’udienza, replicare alle domande e alle eccezioni nuove o modificate dalle altre parti, proporre le eccezioni che sono conseguenza delle domande nuove da queste formulate nella memoria di cui al numero 1), nonché indicare i mezzi di prova ed effettuare le produzioni documentali.
  • almeno dieci giorni prima dell’udienza, replicare alle eccezioni nuove e indicare la prova contraria

In definitiva, prima dell’udienza di comparizione delle parti vengono effettuate tutte le verifiche di rito da parte del Giudice e vengono anticipate le memorie di cui all’attuale art. 183 cpc

  • PRIMA UDIENZA nuovo art. 183.
  • Ricalca molto la disciplina del rito del lavoro
  • Le parti devono comparire personalmente e il loro comportamento è valutabile dal Giudice
  • Il Giudice tenta la conciliazione. Se necessario autorizza l’attore a chiamare in causa un terzo e fissa una nuova udienza
  • Il Giudice provvede sulle richieste istruttorie e predispone il calendario del processo
  • Fissa l’udienza per l’assunzione dei mezzi di prova entro 90 giorni (se provvede fuori udienza l’ordinanza deve essere emessa entro 30 giorni)
  • Ipotesi alternative possibili:
  1. Se sussistono i presupposti di cui all’art. 281-decies, il Giudice dispone con ordinanza non impugnabile la prosecuzione del processo nelle forme del rito semplificato (è un vero e proprio obbligo)
  2. Se vi è richiesta delle parti, e vi sono i presupposti degli artt. 183 ter e 183 quater, di nuova introduzione, il Giudice può già in questa sede emettere, rispettivamente, un’ordinanza di accoglimento o di rigetto della domanda, reclamabile, ma nel caso il reclamo venga respinto non è più impugnabile. Tale pertanto da definire il giudizio.
  • L’ATTIVITA’ ISTRUTTORIA deve rispettare il calendario del processo
  • Esaurita l’istruttoria il Giudice FISSA L’UDIENZA PER LA RIMESSIONE DELLA CAUSA AL COLLEGIO per la decisione e assegna:
  • Termine non superiore a 60 giorni prima dell’udienza per il deposito di note scritte contenenti la precisazione delle conclusioni (l’udienza di precisazione delle conclusioni viene dunque soppressa e tale incombente sostituito con note scritte prima del deposito delle comparse conclusionali e delle repliche)
  • Termine non superiore a 30 giorni prima dell’udienza per il deposito delle comparse conclusionali
  • Termine non superiore a 15 giorni prima dell’udienza per il deposito delle eventuali repliche
  • All’udienza fissata, la causa è rimessa al Collegio per la decisione che è depositata entro 60 giorni
  • Ipotesi alternativa possibile:
  1. Le parti nelle note scritte di precisazione delle conclusioni possono chiedere al Presidente la discussione orale davanti al Collegio.
  2. In questo caso resta fermo il termine per il SOLO deposito delle comparse conclusionali (no deposito repliche)
  3. Il Presidente revoca l’udienza ex art. 189 cpc e ne fissa un’altra entro 60 giorni
  4. Sentenza depositata entro 60 giorni dall’udienza di discussione.

Ebbene, come si potrà notare, già da una prima lettura del nuovo articolato normativo che disciplina il procedimento di primo grado - seppur in modo sintetico, non essendovi tempo e modo di un compiuto approfondimento in questa sede - emerge un dato estremamente preoccupante: il Legislatore per raggiungere l’obiettivo di “semplificazione, speditezza e razionalizzazione del processo civile” ha di fatto compresso fortemente l’attività di difesa, imponendo tempistiche del tutto stringenti sotto la “tagliola” di decadenze, responsabilità e sanzioni, solo in capo alle parti (e per esse, in primis, dei loro avvocati) senza però prevedere, dall’altra, analoghe disposizioni per i Giudici (quali ad esempio termini decadenziali). Ma ciò che più colpisce è che il Legislatore non si sia reso conto che molte delle difficoltà del sistema risiedono soprattutto sulla deficitaria, spesso, organizzazione giudiziaria, sulla patologica carenza di personale di Cancelleria così come della stessa Magistratura. In sostanza non si legge da nessuna parte, se non nei principi, un reale riassetto del sistema Giustizia in chiave di efficienza e razionalizzazione. L’unica soluzione in questo senso parrebbe essere rappresentata dall’Ufficio del processo, quale “organo” ausiliario del Giudice per aiutarlo nello studio e nella predisposizione di quanto necessario per meglio condurre le udienze, predisporre i provvedimenti e rispettare le tempistiche processuali. Un ulteriore strumento, in verità, potrebbe essere rappresentato dall’obbligo del Giudice di calendarizzare le attività processuali nella prima udienza predisponendo, come abbiamo visto, il Calendario del Processo. Tuttavia, anche su questo punto, non vi è alcuna disposizione innovativa che ne garantisca l’efficienza. L’art. 81 bis, che già esiste, e disciplina, appunto, il calendario del processo, non ha subito alcuna sostanziale innovazione a tal fine. Non si vede pertanto come la previsione possa cambiare rispetto al passato.

Va da sé che tutto, in termini di responsabilità e tempi contingentati, avrà forti ripercussioni sull’attività degli avvocati e delle parti assistite, stanti gli stringenti oneri processuali, a tutto discapito di un compiuto esercizio del diritto di difesa.

Basti pensare, ad esempio, all’art. 101 cpc.

La riforma, rispetto all’articolo vigente, ha previsto l’aggiunta di una frase di questo tenore “Il giudice assicura il rispetto del contraddittorio e, quando accerta che dalla sua violazione è derivata una lesione del diritto di difesa, adotta i provvedimenti opportuni”. Ebbene. Pensiamoci un attimo. Perché il Legislatore ha sentito la necessità di inserire tale petizione di principio? Verosimilmente proprio perché si è reso conto dei rischi sottesi agli stringenti incombenti e tempistiche imposti alle parti, che, per l’appunto, potrebbero comportare violazioni al principio del contraddittorio e al diritto di difesa.

Ma ancora, sempre per fare un esempio, sintomatico appare il continuo richiamo del legislatore all’onere imposto alle parti di esposizione (dei fatti e degli elementi di diritto) negli atti processuali in modo chiaro e specifico. Locuzione che, in verità, si ripete in diverse norme. Di per sé tale locuzione non parrebbe creare problemi o disagi particolari, stante peraltro la soggettiva interpretazione cui sono sottoposti i termini utilizzati. Tuttavia se la si legge in combinato disposto con l’art. 46 delle disp. di att. al cpc, rubricato “della forma degli atti”, necessariamente all’interprete suona “un campanello d’allarme”. Tale articolo, completamente rivisitato, tra gli altri recita che “Il Ministro della giustizia, sentiti il Consiglio superiore della magistratura e il Consiglio nazionale forense, definisce con decreto gli schemi informatici degli atti giudiziari con la strutturazione dei campi necessari per l’inserimento delle informazioni nei registri del processo. Con il medesimo decreto sono stabiliti i limiti degli atti processuali, tenendo conto della tipologia, del valore, della complessità della controversia, del numero delle parti e della natura degli interessi coinvolti… Il mancato rispetto delle specifiche tecniche sulla forma e sullo schema informatico e dei criteri e limiti di redazione dell’atto non comportano invalidità, ma possono essere valutati dal giudice ai fini della decisione sulle spese del processo”. Ecco, dunque, che la “chiarezza e specificità” cui fa riferimento il Legislatore nelle diverse norme, trova sostanza nell’art. 46 disp. Att. cpc, e verrà di fatto imposta attraverso specifici limiti degli atti processuali, predefiniti in termine di spazio, il cui mancato rispetto può comportare ripercussioni in tema di spese di giudizio. Dal punto di vista digitale va invece vista con favore la riforma che ha confermato molte delle norme che abbiamo avuto modo di conoscere durante il periodo pandemico, prevedendo anche interessanti novità (eliminazione della formula esecutiva).
  1. In primo luogo, il legislatore conferma le modalità alternative di tenuta dell’udienza, la quale, entro specifici limiti e presupposti, potrà essere tenuta tramite collegamenti da remoto (Art. 127-bis - Udienza mediante collegamenti audiovisivi) ovvero sostituita dalla trattazione scritta (Art. 127-ter - Deposito di note scritte in sostituzione dell’udienza). Nulla di nuovo, dunque, rispetto a quanto già sperimentato finora.
  2. È stato introdotto l’obbligo, sia per l’Avvocato, sia per l’Ufficiale Giudiziario, di provvedere alla notifica tramite PEC, quando è possibile. La notifica tramite PEC diventa pertanto il sistema ordinario di notifica degli atti.
  3. Si è prevista l’estensione e il rafforzamento del processo civile telematico anche nei procedimenti davanti al Giudice di Pace.
  4. Sono state semplificate le modalità di versamento del contributo unificato, rendendo obbligatorio il pagamento telematico.
  5. Infine, è stato previsto che ai fini dell’esecuzione forzata degli atti e dei provvedimenti, anche di autorità di altri Paesi, aventi efficacia di titolo esecutivo, non è necessaria l’apposizione della formula esecutiva né la spedizione in forma esecutiva. Formula esecutiva che viene sostituita dall’attestazione di conformità da parte dell’Avvocato.
Ebbene, l’applicazione pratica sarà l’unico banco di prova per verificare se la riforma permetterà di raggiungere il tanto agognato obiettivo di ridurre i tempi del processo nell’ottica di “semplificazione, speditezza e razionalizzazione”. L’auspicio è che a questa entusiasmante sfida partecipino tutti gli attori della Giustizia.   Avv. Marco Bernabè Componente Dipartimento sulla riforma del processo civile
Avvocato ed impresa: i bandi per la digitalizzazione e l’internazionalizzazione. Quando l’attività professionale dell’avvocato è spesa ammissibile dal bando.

Il rapporto tra avvocato ed il cliente, quando questo è un’impresa, si è molto evoluto negli ultimi decenni, richiedendo ai professionisti nuovi modelli organizzativi e competenze trasversali e specialistiche, soprattutto quando l’oggetto della consulenza riguarda i temi dell’internazionalizzazione e della digitalizzazione (intesa, in questo caso, come internazionalizzazione digitale); indubbiamente ciò ha visto incrementare il livello delle competenze e, conseguentemente, dei giusti compensi richiesti dagli studi legali ai propri clienti.

Non tutti sanno però, e questo è lo scopo di questa breve comunicazione, che a rendere meno impattanti le parcelle ai clienti, negli ambiti sopra citati, intervengono specifici strumenti finanziari statali – erogati direttamente tramite il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) o il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), oppure attraverso società partecipate come INVITALIA S.p.A., SIMEST S.p.A o SACE S.p.A. – nonché mirate agevolazioni proposte dalle singole Regioni e dalle loro società finanziarie regionali, o dal sistema camerale attraverso le singole CCIAA o Unioncamere (tanto a livello regionale che nazionale).

Di seguito alcuni recenti bandi regionali sull’internazionalizzazione delle imprese, anche attraverso processi di digitalizzazione, dove l’attività di consulenza o formazione svolta dall’avvocato è direttamente eleggibile come spesa agevolabile, in base al singolo bando.

Bando Voucher Internazionalizzazione 2022 – Camera di Commercio dell’Umbria.

https://www.umbria.camcom.it/promuovere-limpresa-e-il-territorio/bandi-e-contributi/bando-voucher-internazionalizzazione-2022

Questo bando,  che aprirà il 27 ottobre 2023, prevede l’erogazione di un voucher da 2.000 (minimo) a 5.000 euro (massimo) a fondo perduto, pari al 70% dell’investimento agevolabile, in favore delle PMI umbre; il bando ammette i servizi di consulenza e/o formazione relativi a uno o più ambiti di attività a sostegno del commercio internazionale (art. 2, comma 2 del Bando – tra cui consulenza per l’organizzazione della rete commerciale o la partecipazione a marketplace o la protezione del marchio).

Bando Internazionalizzazione 2022 – Camera di Commercio della Basilicata.

https://www.basilicata.camcom.it/promozione/internazionalizzazione/bando-internazionalizzazione-2022

Questo bando, che aprirà il prossimo 25 ottobre 2023, prevede l’erogazione di un voucher di 5.000 euro (massimo) a fondo perduto, pari al 70% dell’investimento agevolabile, in favore delle PMI lucane; il bando ammette i servizi di consulenza e/o formazione relativi a uno o più ambiti di attività a sostegno del commercio internazionale (art. 2, comma 2 del Bando– tra cui consulenza per l’organizzazione della rete commerciale o la partecipazione a marketplace o la protezione del marchi).

Finanziamento a fondo perduto pari al 70% per l’internazionalizzazione delle imprese - CCIAA della Maremma e Tirreno.

https://www.lg.camcom.it/pagina2903_bando-per-la-concessione-di-contributi-per-linternazionalizzazione-delle-imprese-anno-2022.html

Questo bando, attualmente aperto e che scadrà il 30 novembre 2022 (salvo esaurimento fondi), prevede l’erogazione di un contributo a fondo perduto pari al 70% delle spese sostenute e ritenute ammissibili, per un importo unitario minimo pari ad euro 1.000 ed un massimo pari ad euro 2.000 ( linea a) o ad euro 2.500(linea b), oltre l’eventuale premialità per il possesso del rating di legalità; il bando ammette espressamente attività quali: l’ottenimento o il rinnovo delle certificazioni di prodotto necessarie all’esportazione nei Paesi esteri o a sfruttare determinati canali commerciali (es. GDO); la protezione del marchio dell’impresa all’estero; i servizi di assistenza specialistica sul versante legale, organizzativo, contrattuale o fiscale legato all’estero, con specifico riferimento alle necessità legate all’emergenza sanitaria da Covid19.

CCIAA di Alessandria-Asti. Finanziamento a fondo perduto fino al 70% per servizi di consulenza specialistica in tema di internazionalizzazione.

http://www.al.camcom.gov.it/Page/t12/view_html?idp=2498

Questo bando, attualmente aperto e che scadrà il 10 novembre 2022 (salvo esaurimento fondi), prevede l’erogazione di un contributo a fondo perduto pari al 70% delle spese sostenute e ritenute ammissibili, per un importo unitario minimo pari a euro 2.000 ed un massimo pari ad euro 5.000, oltre l’eventuale premialità per il possesso del rating di legalità; il bando ammette espressamente attività quali: servizi di consulenza specialistica relativi alle ordinarie attività amministrative aziendali o commerciali, quali, a titolo esemplificativo, i servizi di consulenza in materia fiscale, contabile,legale; nonché spese per registrazione e tutela di proprietà intellettuale.

Dipartimento AIGA Nazionale “Internazionalizzazione e Fondi Europei”, coordinato da Elisa Fioroni Torrioni (Spoleto) e composto da Alberto Russo (La Spezia), Federico Vido (Milano), Maryna Vahabava (Foro di Avezzano),  Massimiliano Gardellin (Ivrea) e Monica Ferraioli (Lagonegro).

Cassa Forense – Bando n. 10/2022. Contributo a cura del Dipartimento Previdenza di AIGA Nazionale

Cassa Forense, ai sensi dell’art. 6 lett. e) del Regolamento per l'erogazione dell'assistenza e come da delibera adottata dal Consiglio di Amministrazione della seduta del 22 settembre 2022 il Bando n. 10/2022 finalizzato all’assegnazione di contributi asostegno della genitorialità, fino allo stanziamento dell’importo di € 2.000.000,00 in favore di iscritti con figli nati/adottati/affidati dal 1° novembre 2019 al 31 dicembre 2021.

Il bando copre anche l’annualità in cui, a causa del bisogno di impiegare le risorse dell’assistenza per fronteggiare l’emergenza pandemica, il bando non era stato proposto. Il contributo è pari a €. 1.000,00 per ciascun figlio nato, adottato o affidato dal 1° novembre 2019 al 31 dicembre 2021. La partecipazione al bando è consentita agli iscritti alla Cassa o all'Albo con procedimento di iscrizione alla Cassa in corso, non sospesi ai sensi dell'art. 20 della Legge n. 247/2012, né cancellati dall’Albo, e in possesso dei seguenti requisiti (art. 4 bando 10/2022):
a) essere genitore di uno o più figli nati nel periodo 1° novembre 2019 al 31 dicembre 2021 o aver adottato/ottenuto in affidamento preadottivo uno o più figli nel medesimoperiodo;
b) essere in regola con le prescritte comunicazioni reddituali alla Cassa (modelli 5);
c) avere dichiarato nel Mod. 5/2022 un reddito netto professionale inferiore a € 50.000,00;
d) per coloro che non erano tenuti all’invio del Mod. 5/2022, aver prodotto un reddito netto professionale da attività forense inferiore ad € 50.000,00;
e) inviare il modulo di domanda corredato della documentazione richiesta all’art. 5 del bando.
L’istanza può essere proposta attraverso la procedura telematica accessibile sito web di Cassa Forense entro le ore 24.00 del 15 dicembre 2022. La documentazione da produrre, ai sensi dell’art. 5, sempre con modalità telematica consiste in: a) certificazione o autocertificazione attestante la nascita/adozione/affidamento preadottivo del figlio di cui all’art.4; b) attestazione ISEE in corso di validità alla data di presentazione della domanda o alla data di riscontro alla richiesta di integrazione trasmessa dalla Cassa. In caso di mancanza, incompletezza o irregolarità degli elementi formali della domanda e delle dichiarazioni rese, anche da terzi, il richiedente dovrà produrre le dichiarazioni, integrazioni o regolarizzazioni indicate da Cassa Forense nel termine perentorio di 15 giorni dalla relativa comunicazione, a pena di esclusione. La graduatoria terrà conto, nell’ordine di assegnazione, dei valori ISEE in senso crescente e verrà così formata:
1. domande di iscritti che non abbiano percepito o non abbiano diritto a percepire, nell’ambito del proprio nucleo familiare, a qualsiasi titolo, l’indennità di maternità;
2. domande di iscritti che, per la nascita dei figli avvenuta nel periodo 1° novembre 2019 - 31 dicembre 2021 con parto gemellare o plurigemellare, ovvero per l’adozione/affidamento preadottivo di più figli nello stesso periodo, abbiano percepito, nell’ambito del proprio nucleo familiare, l’indennità di maternità;
3. domande di iscritti che, per la nascita, adozione o affidamento del figlio tra il 1° novembre 2019 e il 31 dicembre 2021, abbiano percepito, nell’ambito del proprio nucleo familiare, l’indennità di maternità.
In ipotesi di parità di valore ISEE, la precedenza verrà determinata dal numero dei figli minori e, in caso di ulteriore parità, dalla minore età anagrafica dell’istante. Contributo a cura del Dipartimento Nazionale Previdenza, coordinatore Katia Crossilla
Riforma del processo civile-materia di famiglia: le disposizioni operative dal 22 giugno 2022

L’ambizioso progetto di riforma immaginato dalla legge delega n.206/2021 coinvolge sotto più profili la materia famiglia, prevedendo una significativa ristrutturazione procedurale per tutti quei procedimenti aventi ad oggetto lo stato e la capacità delle persone, la famiglia e le unioni civili, le convivenze, i minori e tutti i procedimenti oggi di competenza del Giudice Tutelare (art.1, co.24 lett.c).

La riforma strutturale che riguarda questi profili è stata inquadrata interamente all’interno dei principi e criteri direttivi della delega, con tempi di attuazione demandati ai decreti delegati anche in ragione dell’impegno di spesa, non immediatamente sostenibile: la creazione del Tribunale unico (art.1, co. 24 e 25)dovrà attendere sino al 31.12.2024, mentre la struttura procedurale sarà quella da definire per prima, nell’arco di un anno dall’approvazione della delega, ovvero entro il dicembre 2022. I tratti salienti della disciplina contenuti al comma 23, tuttavia, sono già fondamentalmente strutturati, lasciando ai decreti delegati poco margine di manovra -a meno di non incappare in un vizio di forma ex art. 76 Cost.

Un discreto bagaglio innovativo tuttavia sta già producendo i propri effetti dal 22 giugno di quest’anno, e ci impone di confrontarci sin da ora con alcuni profili essenziali, sui quali si concentrerà questo breve contributo, in attesa della emanazione dei decreti delegati (per la cui emanazione, considerato l’avvio della nuova legislatura, ci si potrebbe anche attendere una specifica proroga prima di fine anno).

Le disposizioni di riferimento per queste novità sono:

- i commi 27 e 28, che, in vista dell’emanazione del futuro titolo IV  bis, da inserire nel libro II del c.p.c., riorganizzano il riparto di competenze tra Tribunale Ordinario e Tribunale dei minori, tramite la riforma dell’art. 38  disp.att. c.p.c. ed operativo per tutti i ricorsi presentati dal 22 giugno 2022 in poi, prevedendo una disciplina completamente nuova in particolare per il procedimento di allontanamento dei minori dalla famiglia di origine (nuovo art. 403 c.c.);

- il comma 30 che, in uno con il comma 3 dell’art.1 legge 206/2021 ridisegna la figura, il ruolo ed i poteri del curatore speciale del minore;

- il comma 33, che rivede la casistica dell’art. 709 ter per i provvedimenti da emanare in caso di inadempienze o violazioni degli obblighi attinenti all’esercizio della responsabilità genitoriale o nell’esecuzione delle modalità di affidamento -concordate o disposte con provvedimento giudiziale;

- il comma 34, che prevede l’istituzione di sezioni specializzate nell’albo dei CTU al fine di assegnare gli incarichi nei procedimenti in materia di famiglia;

- infine il comma 35, che prevede espressamente l’estensione dello strumento della negoziazione assistita anche agli accordi per l’affidamento ed il mantenimento dei figli in caso di coppie non sposate, per la previsione dell’assegno di mantenimento del figlio maggiorenne e di contributi ex art. 433 c.c., nonché le eventuali successive modifiche dei suddetti accordi.

Esaminiamoli in breve.

1. Il riparto di competenze TO-TM: riforma art. 38 disp.att.c.p.c.
2. La nuova procedura in caso di allontanamento di minori
3. La nuova figura del curatore speciale
4. La nuova veste dell’art. 709 ter c.p.c.
5. La specializzazione dei CTU in materia di famiglia
6. L’estensione dello strumento della negoziazione assistita

1. La revisione dell’art. 38 disp.att.c.p.c., appare tesa a specificare e definire il riparto di competenze tra Tribunale Ordinario e Tribunale dei Minori, introdotto con la legge 219/2012, rimasto a lungo oggetto di interpretazioni contrastanti circa l’effettiva estensione del potere di attrazione della competenza da parte del Tribunale Ordinario.

Nella precedente formulazione, infatti, al Tribunale Minori restavano deferiti i provvedimenti ex art 84, 90, 250 u.c., 251 c.c. (autorizzazione a contrarre matrimonio, assistenza alla stipula delle convenzioni patrimoniali, autorizzazione al riconoscimento del figlio da parte del minore), autorizzazione del minore alla prosecuzione dell’esercizio di attività di impresa nonché in caso di ostacolo al mantenimento dei rapporti tra il minore e gli ascendenti; erano demandate alla competenza del T.M. le questioni relative alla decadenza (dalla) e reintegrazione (nella) potestà genitoriale, condotta pregiudizievole ai figli, rimozione e riammissione nell’amministrazione del patrimonio dei figli, che diventavano di competenza del T.O. soltanto laddove fosse un procedimento di separazione, divorzio, modifica delle condizioni od un giudizio ex art. 316 c.c..

Con la nuova formulazione, ferma restando la suddivisione sopra individuata, viene superato il precedente criterio della prevenzione, assegnando al T.O. la competenza (ed escludendo espressamente la competenza del T.M.) laddove sia in corso unprocedimento di separazione, divorzio, modifica ovvero procedimento ex art. 336 c.c., manifestando una vera e propria vis attractiva e superando finalmente il rischio di incorrere in un possibile contrasto di giudicati. Rimane, tuttavia, invariata la competenza con riferimento ai provvedimenti ex art. 709 ter cherimane appannaggio del Tribunale Minori laddove richiesto per inadempienze a fronte dei provvedimenti dallo stesso emanati, non potendo dunque essere introdotto e trattato autonomamente dinanzi al Tribunale Ordinario.

Tale precisazione, pur se tardiva, è comunque destinata ad essere superata, nell’ottica globale della riforma, dalla creazione di un tribunale unico specializzato, quello in materia di persone e famiglia delineato nelle disposizioni di delega ai commi 23 e 24 dell’art.1 legge 206.

2. Il comma 27 riscrive l’art. 403 c.c., recante Intervento della pubblica autorità a favore dei minori, che nelle intenzioni del legislatore sembra voler raccogliere nel nuovo testo un significato di pregiudizio nei confronti dei minori più vicino all’attuare sentire comune, richiamando espressamente la necessità di provvedere in emergenza quando il minore “…è moralmente o materialmente abbandonato o si trova esposto, nell’ambiente familiare, a grave pregiudizio e pericolo per la sua incolumità”. Seguono, a questo primo comma riformato, previsioni circa termini previsti a pena di nullità entro i quali il P.M. e, successivamente, il Tribunale dei Minori devono fissare udienza – la principale novità introdotta nel procedimento-, ascoltare i soggetti interessati al fine di convalidare, modificare o revocare il provvedimento di allontanamento dalla famiglia di origine emesso in situazione di emergenza. La nuova previsione quindi va verso una giurisdizionalizzazione della procedura, secondo quello che pare un tentativo di affermazione delle garanzie processuali ed attuazione del diritto di difesa per le parti coinvolte, genitore e minore, nonché introduzione di strumenti di garanzia quali la verifica da parte del P.M. e dello stesso Tribunale sull’attività svolta dall’autorità di p.s., da svolgersi in tempi serrati e precisamente individuati, nel tentativo di riequilibrare una attività fortemente connotata sino ad oggi da una prevalenza quasi assoluta dell’interesse pubblico, sul quale l’interesse del minore spesso finiva per appiattirsi. Secondo la scansione prevista nel nuovo art. 403 c.c., commi II-VI, la procedura dispone: l’avviso orale e relazione dell’autorità di p.s. entro le 24 ore dall’allontanamento; revoca o richiesta di convalida da parte del P.M. al Tribunale entro 72 ore, con possibilità di assumere sommarie informazioni ed esperire eventuali accertamenti, oltre a formulare espresse richieste di decadenza dalla potestà genitoriale; ulteriori 48 ore di tempo per la fissazione, da parte del Tribunale, di un’udienza nei successivi 15 giorni e per la nomina del curatore speciale e del giudice relatore. Questa attività deve quindi essere notificata a cura del P.M. ai genitori (od esercenti la patria potestà) ed al curatore entro 48 ore ed ulteriori 15 giorni per provvedere alla convalida o revoca definitiva. Di particolare rilievo la previsione di un doveroso ascolto del minore in sede di udienza, in via diretta ovvero attraverso un esperto, prendendo atto che il minore è parte integrante ed attiva del procedimento, e non solo oggetto passivo di una tutela emergenziale che, come tale, sconta un’invasività che deve essere non soltanto supervisionata ma anche verificata, ed in questo senso è significativo lo sforzo del legislatore. Considerate le tempistiche serrate, tuttavia, risulterà fondamentale l’efficienza dei passaggi intermedi di comunicazione tra le cancellerie, l’ufficio della procura e le parti coinvolte: il mancato rispetto dei termini, intesi tutti come perentori, comporterà infatti la decadenza immediata dei provvedimenti di allontanamento, ferma restando la possibilità, per il Tribunale dei Minori, di adottare provvedimenti temporanei ed urgenti nell’interesse del minore secondo le ordinarie procedure.

Da notare infine che il provvedimento conclusivo è reclamabile in Corte d’Appello ex art. 739 c.p.c., e la decisione definitiva deve intervenire entro 60 giorni dal deposito del reclamo, così rendendo possibile una stabilizzazione della situazione, a tempi interamente rispettati, entro un periodo inferiore a 120 giorni complessivi.

3. Immediatamente applicabili ed anzi già operative sono anche le disposizioni relative alla revisione della figura del curatore speciale del minore – nuovi artt. 78 ed 80 c.p.c.-, che assume un ruolo di primo piano e diviene una figura specializzata. La revisione di questa figura consente di valorizzare il ruolo del minore come parte del processo a tutti gli effetti e come tale coinvolto nel contraddittorio processuale.

Nella precedente formulazione dell’art. 78, la nomina di un curatore speciale era relegata alle ipotesi di specifica istanza, da presentare anche a cura del P.M. in caso di assenza del genitore o del tutore, ovvero in caso di conflitto di interessi delle suddette figure con il minore.

Già la giurisprudenza di legittimità da tempo aveva riconosciuto che, quantomeno nei procedimenti ablativi e limitativi della responsabilità genitoriale vi dovesse essere la nomina di un curatore speciale, al fine di consentire la corretta e completa partecipazione del minore e la rappresentanza nei suddetti giudizi dei suoi interessi-

La norma formalizza un potere di nomina del curatore l’obbligo di procedere alla nomina del curatore speciale del minore, anche d’ufficio ed a pena di nullità degli atti del procedimento nei seguenti casi: 1) quando il pubblico ministero abbia chiesto la decadenza dalla responsabilità genitoriale, da entrambi i genitorio in cui uno dei genitori abbia chiesto la decadenza dell’altro; 2) quando è adottato un provvedimento di allontanamentodel minore dall’ambiente familiare, ai sensi dell’art. 403 c.c. o di affidamento temporaneo del minore ai sensi dell’art. 2 della legge n. 184 del 1983; 3) quando dai fatti emersi nel procedimento risulti una situazione di pregiudizio per il minore tale da precluderne l’adeguata rappresentanza processuale da parte di entrambi i genitori; 4) quando ne faccia richiesta il minore che abbia compiuto 14 anni.

In altre ipotesi la nomina del curatore rappresenta una mera facoltà del giudice, ovvero (nuovo art.78, IV co.) “In ogni caso il giudice può nominare un curatore speciale del minore, quando i genitori appaiano, per gravi ragioni, temporaneamente inadeguati a rappresentare gli interessi del minore; in questo caso il provvedimento di nomina del curatore deve essere succintamente motivato”. Dal punto di vista pratico, i Tribunali di merito hanno immediatamente raccolto questa possibilità: si veda, ad esempio, il decreto Trib. Genova, sez. IV decreto 28 agosto 2022 dove il Giudice, in una situazione di accesa conflittualità, ha provveduto a fronte dell’impossibilità degli operatori sociali a mediare tale conflitto, alla nomina del curatore speciale al quale conferire espressi poteri decisionali e tale da coadiuvare i genitori, anche con compiti di mediazione, nella gestione dei figli, con contestuale limitazione della responsabilità genitoriale delle parti, risultando inappropriato l'affidamento dei minori ai Servizi Sociali(è pur vero che la giurisprudenza di  merito e di legittimità, sul punto, era già giunta a tali orientamenti sino a ritenere nullo il procedimento per mancata nomina del curatore speciale laddove lo stesso fosse caratterizzato da elevata conflittualità dei genitori: cfr. Cass. civ., sez. I, 16 dicembre 21, n. 40490).

Il procedimento per la nomina e la revoca del curatore speciale viene dettagliato all’art. 80 c.c., nel quale si prevede che con lo stesso provvedimento di nomina il giudice possa attribuire al curatore specifici poteri di rappresentanza sostanziale. Significativo, l’obbligo in capo al curatore speciale del minore di procedere all’ascolto del minore, che si conferma attività essenziale nei procedimenti dove il minore è parte. È stato evidenziato nei primi commenti alla nuova normativa come vi sia il rischio che la figura, così delineata, potrebbe sovrapporsi a quella di avvocato del minore, poiché il curatore, spesso, ne incarna le funzioni (M.G. Caustaro; C.Cecchella).

Da annotare che nulla viene previsto quanto alla verifica dei requisiti necessari per la nomina, a cui i singoli Tribunali stanno provvedendo (o hanno provveduto, in una prassi virtuosa) in uno con la creazione degli appositi elenchi, di concerto con i Consigli degli Ordini, nonché l’assenza di qualsiasi riferimento alle modalità di determinazione circa il compenso del curatore speciale.

4. La nuova formulazione dell’art. 709-ter, norma assai influenzata dalla prassi vigente nei singoli tribunali, introduce per la prima volta l'applicabilità dell'art. 614-bis c.p.c., nell’irrogazione delle sanzioni da irrogare in caso di inadempienze o violazioni da parte del genitore dei provvedimenti resi (o degli accordi omologati o negoziati) in materia di affidamento e mantenimento dei figli, prevedendo che il giudice con provvedimento possa individuare la somma giornaliera dovuta per ciascun giorno di violazione od inosservanza.

Si consente quindi un cumulo di sanzioni laddove si prevede che il risarcimento dei danni a carico di uno dei genitori nei confronti dell’altro” oltre alla “somma giornaliera dovuta perciascun giorno di violazione o di inosservanza dei provvedimentiassunti dal giudice. Secondo autorevole dottrina (G. Cecchella), ciò potrebbe essere giustificato qualificando il risarcimento del danno alla stregua di una responsabilità civile, ovvero qualificando la somma versata ai sensi dell’art. 709-ter come un vero e proprio danno punitivo, e lasciando alle successive somme dovute in conseguenza dell’azione ex art. 614-bis la qualifica di sanzione per le ulteriori violazioni.

Tale nuova formulazione appare in ogni caso essere tesa a rafforzare l’unico strumento codicistico predisposto ad ottenere l’adempimento in concreto degli obblighi assunti nei confronti dei figli in seguito alla definizione della separazione o dei provvedimenti ex art. 336 c.c..

5. L’istituzione di una ulteriore categoria di specializzazione nella tenuta dell’albo dei CTU, ovvero al n.7) quello della “neuropsichiatria infantile, della psicologia dell’età evolutiva e della psicologia giuridica o forense.”, individuando i criteri che consentono all’aspirante consulente di qualificarsi come specializzato nel campo, e precisamente prevedendo che “la speciale competenza tecnica sussiste qualora ricorrano, alternativamente o congiuntamente, i seguenti requisiti:

1) comprovata esperienza professionale in materia di violenza domestica e nei confronti di minori;

2) possesso di adeguati titoli di specializzazione o approfondimento post-universitari in psichiatria, psicoterapia, psicologia dell’età evolutiva o psicologia giuridica o forense, purché iscritti da almeno cinque anni nei rispettivi albi professionali;

3) aver svolto per almeno cinque anni attività clinica con minori presso strutture pubbliche o private

Le buone intenzioni legislative, tuttavia, si limitano a richiedere una competenza sulla carta e potrebbero non avere un significativo impatto pratico, essendo già oggi consentito al giudice ex art. 22 disp.att. c.c. di nominare consulenti iscritti in altri albi di altri tribunali o in alcun albo, e comunque non incide sulla vigilanza effettiva dell’operato dei consulenti (sul punto un contributo interessante del Consigliere M. Rossetti può essere rinvenuto qui: https://www.altalex.com/documents/news/2021/11/03/ctu-e-riforma-del-processo-civile-un-occasione-perduta).

6. Il comma 35, art.1 della legge 216, coerentemente con gli obiettivi deflattivi dichiarati come prioritari nella predisposizione della riforma, amplia la casistica che consente di ricorre alla procedura di negoziazione assistita in materia di famiglia, ed in particolare la introduce per l’affidamento ed il mantenimento dei figli in caso di coppie non sposate, per la previsione dell’assegno di mantenimento del figlio maggiorenne e di contributi ex art. 433 c.c., nonché le eventuali successive modifiche dei suddetti accordi-ed invero poco coerente e foriera di ingiustificata discriminazione nei confronti delle sole coppie non sposate appariva la precedente esclusione del ricorso a questo strumento nei casi di determinazione delle modalità di affidamento e mantenimento dei figli minori, così come ingiustificata (o forse frutto di mera dimenticanza) era nel caso in cui si rendessero necessarie modifiche agli accordi già raggiunti.

Nulla invece viene indicato circa la possibilità di ricorrere al patrocinio a spese dello Stato anceh in caso di negoziazione: una simile decisione, pur se onerosa per il legislatore, avrebbe senz’altro avuto il beneficio di incentivare il ricorso allo strumento deflattivo che oggi, quindi, resta una scelta condizionata anche dalle possibilità economiche delle parti.

Non si può dimenticare, tuttavia, che l’estensione dell’utilizzo della negoziazione porta con sé, nella novella normativa, delle indicazioni che dovranno essere inserite nei decreti delegati secondo quanto descritto nell’art.1, co.4 (lett.u), con particolare riferimento ai possibili contenuti che la negoziazione in materia di famiglia potrà avere una volta che l’intera riforma sarà operativa.

In particolare, nel prevedere che la negoziazione in materia di famiglia possa contenere patti di trasferimenti immobiliari con effetti meramente obbligatori, priva lo strumento in disamina della sua efficacia deflattiva quale rito alternativo, e contrasta con la ratio sottesa a tali istituti volti a prevenire lunghi e dispendiosi contenziosi, non solo imminenti (quali quelli relativi alla separazione ed al divorzio) ma anche futuri (nel caso di specie, la necessità di instaurare uno specifico giudizio ex art. 2932 c.c. in mancanza di adempimento spontaneo al trasferimento). Ciò è ancor più vero se si tiene conto che di recente è stata riconosciuta, in sede di legittimità, la possibilità che si realizzino in sede di separazione consensuale o divorzio congiunto trasferimenti immobiliari ad effetti reali (Cass. Civ. SS UU 29 luglio 2021 n.21761), essendo ormai le condizioni patrimoniali determinate in sede di risoluzione della crisi della famiglia già riconosciute dal diritto vivente come condizioni a tutti gli effetti della separazione e del divorzio, peraltro funzionali alla risoluzione della crisi familiare.

Avv.Veronica Magrini, Dipartimento Diritto Civile di AIGA Nazionale 

Contributo sulla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale decreto del Ministero della Giustizia 13 agosto 2022, n. 147 – I NUOVI PARAMETRI FORENSI
È stato pubblicato sulla G.U. n. 236 dell’8 ottobre 2022, il decreto del Ministero della Giustizia 13 agosto 2022, n. 147 contenente il Regolamento recante modifiche al decreto 10 marzo 2014, n. 55, concernente la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense, ai sensi dell’ articolo 13, comma 6, della legge 31 dicembre 2012, n. 247. L’aggiornamento dei parametri forensi  avviene ogni due anni, e ha lo scopo di recepire le necessità di adeguamento delle tabelle all’evoluzione delle esigenze connesse allo svolgimento dell’attività  professionale AIGA ha partecipato alle consultazioni indette dal CNF formulando una serie di osservazioni sull’allora diffuso progetto di riforma, attraverso le quali proponevamo (tra le istanze principali):
  • l’aumento delle spese generali a 18% a fronte dell’aumento del costo della vita, nonché dei costi e delle spese che l’avvocato deve sostenere per esercitare la sua attività
  • una nuova ridefinizione dei criteri di liquidazione del compenso stragiudiziale, attraverso l’introduzione di più tabelle parametriche, a seconda che l’attività svolta dal professionista si concretizzasse in prestazioni di consulenza, assistenza consistente nella redazione atti, assistenza consistente nella partecipazione del professionista a: conferenze e/o appuntamenti con altri professionisti e/o colleghi, assemblee etc.., accesso agli atti
  • maggiorazione nella liquidazione del compenso per l’avvocato che ha conseguito il titolo di specialista sulla materia oggetto della prestazione richiesta
  • introduzione di una voce di maggiorazione nella tabella relativa alle procedure esecutive in caso di ricerca telematica dei beni da pignorare
  • introduzione della tabella per il compenso/indennità per l’amministratore di sostegno
Benchè il DM pubblicato in Gazzetta Ufficiale sia lontano dall’aver recepito tutte le istanze della giovane avvocatura, non manca di riportare alcune buone novità, tra cui:
  • previsione di incentivi per incoraggiare la funzione conciliativa dell’avvocato attraverso la previsione di un incremento della remunerazione in caso di conciliazione giudiziale o transazione della lite, nonché in caso di soluzione positiva della procedura di mediazione e negoziazione assistita
  • introduzione di una forma di deterrente per le liti temerarie che si sostanzia in penalità sui compensi
  • introduzione di nuove tabelle per le procedure concorsuali, nel tentativo di superare le inadeguatezze del previgente sistema parametrico
  • introduzione di una tariffa oraria
  • previsione di un aumento del compenso in materia penale, allorquando le indagini difensive sono complesse o urgenti
I compensi forensi da sempre rappresentano uno dei temi centrali delle battaglie condotte dalla nostra associazione, considerato il relativo impatto sulla tutela della dignità della nostra professione, perché strumento per garantire la libertà e l’indipendenza del professionista. Benchè l’aggiornamento dei parametri intervenuto con questo DM presenti dei profili di novità e condivisione, non possiamo esimerci dall’osservare come da un lato alcune previsioni sembrano non prendere posizione contro prassi viziose effettivamente vigenti nei tribunali italiani (così che la stessa previsione della facoltà del giudice di liquidare il compenso applicando una riduzione “secca” del 50% rischi di penalizzare ulteriormente i gratuiti patrocini); e come dall’altro l’assenza di una riforma della disciplina sull’equo compenso rischia di rendere anche questo intervento del legislatore zoppo e inconsistente sotto il profilo delle tutele effettive.   Il dipartimento Dignità del Lavoro Avv. Valentina Brecevich Avv. Alessandro Martinuzzi, Avv. Silvia Ebbi, Avv. Gianmarco Pace, Avv. Alessandro Pagnini, Avv. Pasquale Schiariti  
Contributo sulla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del bando per l’esame di abilitazione alla professione forense, sessione 2022-2023. Le prove inizieranno il 16 gennaio.  
È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il bando per gli esami di abilitazione alla professione forense, sessione 2022-2023. Le prove inizieranno il 16 gennaio.   In Gazzetta Ufficiale, IV Serie Speciale – Concorsi ed esami, numero 75, è stato pubblicato il bando per l’esame di abilitazione, sessione 2022-2023
  • Modalità d’esame
Anche per quest’anno la modalità prescelta è il cosiddetto “Orale rafforzato”: l’esame si svolgerà con la previsione di un doppio orale, l’oggetto della prima prova consisterà nella risoluzione di un caso pratico in una materia a scelta tra diritto civile – diritto penale e diritto amministrativo. La seconda prova orale, della durata compresa tra i 45 e i 60 minuti a candidato, si svolgerà trascorsi almeno 30 giorni dal completamento dalla prima, e si dividerà in due parti:
  1. A) dimostrazione di conoscenza dell’ordinamento forensee della deontologia;
  2. B) discussione di brevi questionirelative a cinque materie scelte dal candidato, di cui:
- una tra diritto civile e diritto penale, a condizione che sia diversa dalla materia già scelta per la prima prova; - una tra diritto processuale civile e diritto processuale penale; - tre fra: diritto civile, diritto penale, diritto costituzionale, diritto amministrativo, diritto tributario, diritto commerciale, diritto del lavoro, diritto dell’Unione europea, diritto internazionale privato, diritto ecclesiastico. Se scelto il diritto amministrativo nella prima prova orale, la seconda prova orale prevederà sia il diritto civile e il diritto penale, una materia a scelta tra diritto processuale civile e diritto processuale penale e due tra le seguenti: diritto costituzionale, diritto amministrativo, diritto tributario, diritto commerciale, diritto del lavoro, diritto dell’Unione europea, diritto internazionale privato, diritto ecclesiastico Sono confermate anche per quest’anno  le disposizioni particolari per lo svolgimento delle prove da parte di candidati con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA).
  • Scadenza e modalità di presentazione delle domande
La domanda dovrà essere compilata ed inviata telematicamente seguendo la procedura online prevista dal Ministero, a partire dal 3 ottobre con termine ultimo 11 novembre. Il candidato dovrà accedere con le proprie credenziali SPID, CIE o CNS, registrare i propri dati personali, procedere al pagamento telematico di 78,91€ richiesto per l’ammissione e, successivamente, all’inviare la domanda. Al termine della procedura telematica potrà essere scaricato il file, in formato pdf, denominato “domanda di partecipazione”. Potranno partecipare all’esame coloro che abbiano concluso la pratica forense entro il prossimo 10 novembre.
  • Corsi di preparazione:
molte sezioni AIGA hanno avviato corsi di preparazione all’esame di abilitazione, molti dei quali si svolgono interamente in modalità telematica. Tali corsi, pertanto potranno essere seguiti anche da appartenenti ad altre sezioni, con prezzi ridotti per gli iscritti all’Associazione, garantendo una preparazione puntuale ed adeguata per sostenere l’esame.
  • Per i praticanti avvocati neoiscritti:
altro importante avviso per i praticanti neoiscritti: a far data dall’aprile 2022 al fine di partecipare alle prossime sessioni d’esame è prevista la frequenza obbligatoria delle scuole forense, o in alternativa dei corsi obbligatori organizzati dai COA territoriali. Molti di quest’ultimi, ove non esistente una scuola forense, hanno ovviato avviando corsi obbligatori di formazione, autorizzati dal CNF, la cui frequenza è obbligatoria, con previsione di tre semestri, all’esito positivo dei quali ci si potrà iscrivere all’esame di abilitazione.   Contributo a cura del dipartimento AIGA di accesso alla professione e rapporti con il MUR: Roberto Scotti - Federica Airò Farulla - Riccardo Carmelita - Antonio Morra Francesca Policastrese – Andrea Ramunno – – Vincenzo Vasta –  
MOZIONE N. 105 -DEFINIZIONE DI PRINCIPI GENERALI NELLA REGOLAMENTAZIONE DEI MECCANISMI DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE E DI GIUSTIZIA PREDITTIVA

XXXV CONGRESSO NAZIONALE FORENSE

Lecce 6-7-8/10/2022

I sottoscritti Avv. Valentina Brecevich del Foro di Lucca Avv. Mariangela Di Biase del Foro di Campobasso

chiedono che sia sottoposta al XXXV Congresso Nazionale Forense di Lecce la seguente mozione avente ad oggetto:

DEFINIZIONE DI PRINCIPI GENERALI NELLA REGOLAMENTAZIONE DEI MECCANISMI DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE E DI GIUSTIZIA PREDITTIVA

*** Premesso che

- la tematica relativa all’introduzione dell’intelligenza artificiale (IA) nel sistema della giustizia italiana è divenuto argomento non solo attuale, ma di particolare interesse sulla constatazione che essa, grazie ad una implementazione della meccanizzazione delle procedure, sarà foriera di un nuovo modo di intendere la giustizia stessa e di addivenire ad un rafforzamento del principio della certezza del diritto, oltre a rappresentare una vera rivoluzione in termini di riduzione dei tempi del processo e più in generale di un rafforzamento della c.d. economia processuale; - sono stati presentati molti progetti relativi all’utilizzazione dell’IA, e molti ancora sono oggetto di studi tecnico/giuridici, che da un lato costituiscono uno strumento di lavoro consistente prevalentemente nella creazione di banche dati che, tramite meccanismi di machine learning e analisi dei big data, saranno in grado di analizzare la vicenda e valutare i possibili esiti e i tempi processuali; e dall’altro tendono ad inserirsi operativamente nelle varie fasi delle attività investigative e procedurali dell’amministrazione della giustizia (in tal senso basti pensare all’utilizzo di quei software volti a esaminare gli elementi chiave delle diverse “scene del crimine” al fine di individuarne la stessa “mano operativa”; all’automazione delle procedure amministrative le cui criticità sono già state affrontate dal Consiglio di Stato, Sez. VI, con sentenza 8 aprile 2019 n.2270; nonché alla proposta di legge n. 3593 presentata alla Camera dei Deputati finalizzata all’introduzione dell’art. 5-bis nella L. 27 luglio 2000, n. 212 - nota come Statuto dei diritti del contribuente - per l’istituzione di una piattaforma telematica di giustizia predittiva in materia tributaria.)

***

Considerato che

- i meccanismi di IA e di giustizia predittiva rappresentano una importante risorsa di supporto all’avvocatura, alla magistratura e all’intero settore della giustizia, a condizione che siano asserviti al principio della certezza del diritto e del giusto processo, e che non prescindano da una puntuale e severa regolamentazione che tragga monito delle criticità presentate dalle prime esperienze applicative, anche di matrice americana (tra tutte si ricorda la vicenda dell’applicazione del software Compas al processo di cognizione del caso Suprema Corte del Wisconsin contro Eric L. Loomis, ove i vizi di addestramento dell’algoritmo, oltre che poco trasparenti, avevano condotto a risultati palesemente discriminatori per quelle decisioni adottate nei confronti di soggetti di etnia non americana). - Appare incontrovertibile che è necessario ancorare ogni progetto o iniziativa volta a sviluppare meccanismi di giustizia predittiva al rispetto dei diritti e libertà degli individui, soprattutto quando gli stessi siano suscettibili di sfociare in processi decisionali automatizzati idonei a produrre effetti giuridici sulla loro persona. Il ricorso a tali processi deve irrimediabilmente confrontarsi con le garanzie sancite dall’art. 22 del Reg. UE 679/2016 (“GDPR”), il quale prevede che “L'interessato ha il diritto di non essere sottoposto a una decisione basata unicamente sul trattamento automatizzato, compresa la profilazione, che produca effetti giuridici che lo riguardano o che incida in modo analogo significativamente sulla sua persona.” La norma, sul punto, riconosce il diritto dell’interessato di “ottenere l’intervento umano da parte del titolare del trattamento, di esprimere la propria opinione e di contestare la decisione”. - Già a partire dalla stipula della “Convenzione sulla protezione delle persone rispetto al trattamento automatizzato di dati a carattere personale”, avvenuta a Strasburgo il 28 gennaio 1981, gli Stati Membri del Consiglio d’Europa hanno inteso garantire il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali di ogni persona in relazione ai trattamenti automatizzati. Principio che è stato poi successivamente ribadito per effetto del protocollo di integrazione alla predetta Convenzione adottato a Strasburgo il 10 ottobre 2018, ove già nel preambolo gli Stati membri del Consiglio d’Europa sottolineano la necessità di “garantire la dignità umana e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali di ogni individuo e, data la diversificazione, l'intensificazione e la globalizzazione del trattamento dei dati e dei flussi di dati personali, l'autonomia personale basata sul diritto di una persona di controllare il suo o i suoi dati personali e il trattamento di tali dati” per poi precisare che lo scopo della Convenzione è quello di “proteggere ogni individuo, qualunque sia la sua nazionalità o residenza, in relazione al trattamento dei suoi dati personali, contribuendo in tal modo al rispetto dei suoi diritti umani e delle sue libertà fondamentali, in particolare del diritto alla privacy” (Art. 1). - Il primato dei diritti e della dignità umana nel ricorso a sistemi di intelligenza artificiale è stato già affermato, proprio con riferimento ai sistemi di giustizia predittiva, in occasione della conferenza tenutasi il 15 ottobre 2019 a Strasburgo “Digital challenges to justice in Europe” ove la presidenza francese del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha enunciato i principi generali intorno ai quali dovrà in futuro ruotare l’intelligenza artificiale nell’ambito della giustizia, ovvero: • il ruolo supplementare dell’utilizzo dello strumento “digitale” nella giustizia rispetto a quello analogico per favorire un migliore accesso alle sentenze e alle cancellerie dei tribunali sia ai professionisti legali che ai cittadini; • il divieto di effetti discriminatori degli algoritmi applicati nel settore della giustizia che possano violare i principi dettati in materia di privacy e protezione dati personali; • l’uso di strumenti digitali dovrebbe rispettare i principi del giusto processo, della segretezza delle investigazioni e del principio di conoscibilità e trasparenza delle decisioni giudiziali, nonché dei meccanismi che conducono alla relativa adozione; • l’utilizzo tali strumenti dovrebbe impedire la diffusione di contenuti illegali e notizie false, suscettibili di creare un grave impatto sulle società democratiche, garantendo allo stesso tempo la libertà di espressione e informazione; • il diritto di ciascun cittadino di poter ricorrere, in ogni caso, ad una valutazione nel merito ad opera di un magistrato, per ancorare la decisione individuale ai principi del giusto processo e della certezza del diritto. - L’applicazione dei principi innanzi enunciati dovrà essere supportata dalla creazione di specifiche linee guida applicabili tanto nella fase di progettazione dell’algoritmo che in quella di sviluppo e “apprendimento”, che siano ispirate ai precetti generali di data protection by design e data protection by default di cui all’art. 25 GDPR Tutto ciò sopra premesso,

si chiede

che l’Avvocatura Italiana riunitasi al XXXV Congresso Nazionale Forense di Lecce, impegni l’Organismo Congressuale Forense e tutte le componenti dell’Avvocatura ad adoperarsi al fine di promuovere ed ottenere l’adozione di iniziative legislative finalizzate alla ricezione dei principi fondamentali per la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali dell’individuo che dovranno essere attuati e recepiti in tutte le applicazioni dei meccanismi di IA e giustizia predittiva applicata in ogni fase procedurale e procedimentale della giustizia, sia essa civile, penale, tributaria o amministrativa. Con osservanza, Lucca, 5 settembre 2022

MOZIONE N. 97 – MOZIONE CONGRESSUALE PER LA MODIFICA DELLA DISCIPLINA DELL’ACCESSO ALLA PROFESSIONE FORENSE
XXXV CONGRESSO NAZIONALE FORENSE Lecce 6-7-8/10/2022     I sottoscritti Avv. Anna Coppola del Foro di Cassino Avv. Anna Lops del Foro di Foggia Avv. Felice Napolitano del Foro di Nola Avv. Roberto Scotti del Foro di Vallo della Lucania   chiedono che sia sottoposta al XXXV Congresso Nazionale Forense di Lecce la seguente mozione avente ad oggetto:   MOZIONE CONGRESSUALE PER LA MODIFICA DELLA DISCIPLINA DELL'ACCESSO ALLA PROFESSIONE FORENSE   PREMESSO CHE  
  • Il titolo IV della legge n. 247/12 regolamenta le fasi di accesso alla professione forense afferenti al tirocinio, agli obblighi formativi ed alle modalità di svolgimento dell’esame abilitante;
  • Il tirocinio professionale, finalizzato a far acquisire al praticante le necessarie competenze tecnico giuridiche, ha una durata di mesi 18 ed è svolto secondo le modalità prescritte dal comma 6 dell’art. 41 L. n. 247/12;
  • Tuttavia stante quanto previsto dal combinato disposto di cui all’art. 44 della L.n. 247/12 e del DM 17 marzo 2016 n. 258, il praticante può svolgere il periodo di tirocinio anche presso gli uffici giudiziari;
  • Decorsi sei mesi dall’iscrizione nel registro dei praticanti il tirocinante purché in possesso del diploma di laurea in giurisprudenza, può esercitare attività professionale unicamente in sostituzione dell’avvocato presso il quale svolge la pratica e comunque sotto il controllo e la responsabilità dello stesso;
  • Al fine di completare l’iter professionalizzante il tirocinante, stante quanto disposto dall’art. 43 L.n. 247/12, è altresì obbligato a frequentare un corso di formazione obbligatoria tenuto da ordini ed associazioni forensi nonché da altri soggetti previsti dalla legge:
  • Tali corsi, prodromici all’accesso alla prova abilitante, hanno ad oggetto lo studio e l’approfondimento delle materie elencate nell’art. 3 del D. M. n.17/18, ritenute essenziali per il futuro avvocato e sono strutturati in modo da constatare la preparazione dei tirocinanti con verifiche intermedie e finali, il cui mancato superamento è ostativo al rilascio del certificato di compiuta pratica;
  • L’esame di abilitazione alla professione forense si svolge mediante l’elaborazione di tre prove scritte, due pareri e un atto giudiziario con l’ausilio di codici non commentati, nonché di una prova orale avente ad oggetto sei materie;
  • Sebbene la legge professionale si proponga di favorire un processo di crescita delle nuove generazioni che non si esaurisca nella mera preparazione di tipo tecnico-giuridico ma, che sia funzionale allo sviluppo di capacità ed abilità necessarie all'esercizio della professione la stessa, si palesa disorganica e per certi aspetti anacronistica;
  RITENUTO CHE  
  • La riforma dell’accesso alla professione non può prescindere da un ripensamento del corso di laurea in giurisprudenza in modo da incoraggiare l’ingresso e la crescita di futuri Avvocati che, già durante il percorso universitario, abbiano ricevuto una formazione specifica. A tal fine, infatti, sarebbe utile prevedere un percorso accademico specialistico, dedicato a coloro che vogliano intraprendere la professione di avvocato, magistrato, notaio o all’interno pubblica amministrazione, con il coinvolgimento degli ordini professionali per stabilire, di concerto con le Università, i contenuti dei piani didattici da svolgere nell’ultimo anno di università, incentivando la didattica esperienziale; nonché inserendo corsi obbligatori di scrittura giuridica e tirocini obbligatori.
  • Anche le disposizioni di cui al titolo IV della L.n.247/12 in materia di Accesso alla professione forense, richiedono un approccio innovativo che guardi al futuro con uno spirito lungimirante, per favorire l’ingresso di nuove generazioni, attraverso criteri di valorizzazione del merito e con l’ausilio di una disciplina organica, che garantisca l’esercizio effettivo della professione forense;
  • Nel contemperare tale duplice obbiettivo si inserisce quindi la necessità di prevedere che il periodo di tirocinio, possa essere svolto unicamente presso avvocati iscritti all’albo professionale o presso l’Avvocatura di Stato, eliminando tutte le forme alternative di pratica forense;
  • Ulteriore elemento essenziale è altresì il ripristino della disciplina previgente in base alla quale il praticante avvocato, dopo un anno di iscrizione all’albo ed avendo sostenuto positivamente il colloquio orale, possa accedere al patrocinio legale, spendendo il proprio nome e garantendo, con le limitazioni di oggetto e valore di cui al Regio Decreto-legge n. 1578/1933, agevolando un più veloce accesso al mercato del lavoro;
  • In tale ottica appare evidente che anche la disciplina dell’esame di stato necessiti di una modifica che tenga conto dell’obbligatorietà delle scuole forensi. Difatti la frequenza di tali corsi ed il superamento delle verifiche intermedie nonché della prova finale, sono condizione propedeutica e necessaria per l’accesso all’esame di abilitazione. In ragione di un percorso altamente formativo e professionalizzante del praticante avvocato, sarebbe di conseguenza necessario ipotizzare una struttura diversa, che conservi una prova scritta ed una prova orale, in quanto entrambi gli strumenti di valutazione rappresentano quelle che saranno le due principali modalità di espletamento della professione. La prova scritta si svolgerà mediante la redazione di un atto giudiziario in una delle materie a scelta tra civile, penale o amministrativo, da espletare con l'ausilio dei codici commentati con la giurisprudenza di merito e di legittimità e con l’utilizzo della videoscrittura. Nella prova orale invece il candidato, dopo aver illustrato la prova scritta, dovrà sostenere un colloquio con soluzione di un caso pratico che presupponga le conoscenze di diritto sostanziale e di diritto processuale, in una materia scelta preventivamente dal candidato tra quelle regolate dal codice civile o dal codice penale o dal diritto amministrativo, in alternativa alla materia scelta per la redazione della prova scritta. Il candidato dovrà altresì obbligatoriamente sostenere durante la prova orale un colloquio che dimostri la conoscenza dell’ordinamento e deontologia forense.
  *    *    *   Visto quanto in premessa, il XXXV Congresso Nazionale Forense riunito a Lecce dal 6 al 9 ottobre 2022, in attuazione della presente mozione e di quanto esposto in premessa,   IMPEGNA   l'Organismo Congressuale Forense (OCF) ed il Consiglio Nazionale Forense (CNF) per quanto di propria competenza a porre in essere ogni iniziativa utile e diretta favorire l’approvazione di una o più riforme dell’accesso alla professione, che prevedano: - la riforma del corso di laurea in Giurisprudenza, attraverso la predisposizione di un percorso magistrale ed uno specialistico, suddiviso tra chi intenda intraprendere le professioni di avvocato, notaio e magistrato e chi intenda accedere ai concorsi presso le pubbliche amministrazioni e/o altri percorsi lavorativi, incentivando la didattica esperienziale; - la riforma del Titolo IV della L.n.247/12 attraverso l’abrogazione della pratica sostitutiva e la reintroduzione della figura del praticante abilitato, al fine di favorire alle nuove generazioni una preparazione tecnico giuridica e gestionale, mantenendo l’obbligatorietà della frequentazione delle scuole forensi, così come già previsto a far data dal 2022; - la riforma dell’esame di abilitazione forense che, considerato il percorso altamente professionalizzante garantito dalle scuole forensi, mantenga una prova scritta ed una orale, al fine di verificare le effettive competenze dell’aspirante avvocato, come meglio specificato in premessa.   Roma, 5 Settembre 2022  
MOZIONE N. 87 – MOZIONE CONGRESSUALE PER INCENTIVARE LE AGGREGAZIONI PROFESSIONALI
XXXV CONGRESSO NAZIONALE FORENSE SESSIONE ORDINARIA, LECCE, 6-9 OTTOBRE 2022   Avv. Mariangela Di Biase del Foro di Campobasso Avv. Luigi Bartolomeo Terzo del Foro di Napoli Nord Avv. Carlo Foglieni del Foro di Bergamo Avv. Manuela Caralutti del Foro di Locri Avv. Anna Coppola del Foro di Cassino Avv. David Satta Mazzone del Foro di Monza   chiedono che sia sottoposta al XXXV Congresso Nazionale Forense di Lecce la seguente mozione avente ad oggetto:  

MOZIONE CONGRESSUALE

PER INCENTIVARE LE AGGREGAZIONI PROFESSIONALI

 

PREMESSO CHE

 
  • negli ultimi decenni il modello dello studio mono-professionale caratterizzato dalla figura unica del titolare di studio coadiuvato da collaboratori è entrato in crisi a causa, da un lato, dall’aumento della concorrenza e dall’altro dalla difficoltà di soddisfare la domanda di servizi legali sempre più specifici e multidisciplinari;
  • si rende necessario implementare le forme di aggregazioni professionali;
  • ad oggi gli unici strumenti a tal fine conosciuti, oltre alla semplice condivisione delle spese non regolarizzata da alcun contratto associativo (cd. “collaborazioni di fatto”), restano le associazioni tra professionisti (ATS) e le società tra avvocati (STA) o tra professionisti (STP) che non hanno, tuttavia, trovato largo impiego in quanto la legislazione civilistica ed il sistema fiscale italiano non agevolano, anzi frenano, tale tipologia di aggregazioni;
  • con l’art. 3 del D.L. n. 5/2009, convertito con L. n. 33/2009, e s.m.i. il mondo dell’imprenditoria ha visto l’individuazione di uno strumento aggregativo svincolato dal contratto societario, il contratto di rete, prevedendo la possibilità, per coloro che intendano costituire una rete, di scegliere alternativamente tra due diverse forme giuridiche: l’adozione di un modello contrattuale “puro” di rete di imprese (cd. “rete- contratto”) oppure la creazione di un nuovo soggetto giuridico (cd. “rete-soggetto”) mediante l’iscrizione del contratto di rete nella sezione ordinaria del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sede;
  • il contratto di rete previsto dalla richiamata legge ha dovuto attendere la L. n. 81/2017 per essere potenzialmente esteso anche ai professionisti e, quindi, anche agli avvocati (come peraltro recentemente ribadito dal Ministro dello Sviluppo con la nota n. 23331 del 28/1/2020);
  • il contratto di rete per la sua flessibilità è in grado di dare ampio margine di autonomia alle parti, consentendo ai professionisti ed alle società professionali di esercitare in comune alcune attività, rappresentando quindi una forma di aggregazione utile ad ottimizzare le risorse umane e strategiche e a costruire percorsi
alternativi per la realizzazione ed il raggiungimento di quegli obiettivi che si stanno andando a delineare in previsione della creazione di nuovi spazi di mercato che necessiteranno della collaborazione di più figure professionali;
  • il modello organizzativo della rete soggetto consente di ampliare e integrare l’offerta di servizi professionali, di divenire un soggetto di dimensioni tali da poter affrontare meglio il mercato, anche estero, di dividere i costi riferiti alla realizzazione di un progetto, di accedere a finanziamenti e contributi pubblici, partecipare alle gare per l’affidamento dei contratti pubblici, condividere personale dipendente mediante il ricorso al distacco e alla codatorialità. Attraverso il contratto di rete, inoltre, i professionisti possono accrescere le loro capacità e la loro competitività sul mercato sia in ambito squisitamente giuridico attraverso la multidisciplinarietà dell’approccio al nuovo settore di mercato (pratiche complesse, appalti privati e bandi pubblici ed europei) sia attraverso la multidisciplinarietà professionale (professionisti misti) in ambiti eguali (si vedano le ristrutturazioni aziendali, gli accordi di composizione della crisi, le pianificazioni aziendali, le procedure per la gestione della crisi da sovraindebitamento, le gestioni familiari e l’euro progettazione).
 

CONSIDERATO CHE

  la diffusione di tale importante strumento di aggregazione è tuttavia ostacolata per due ordini di ragioni:
  1. in primo luogo, se da un lato il legislatore ammette che i professionisti possano svolgere l’attività “in rete”, dall’altro lato, prevedendo l’obbligo di iscrizione della rete ai fini pubblicitari nel Registro delle Imprese, ne impedisce di fatto l’operatività in quanto, come noto, il professionista è impossibilitato ad iscriversi a detto Registro;
  2. in secondo luogo, l’incerto e gravoso regime fiscale della rete soggetto, limita fortemente il suo utilizzo da parte dei professionisti. Ad oggi, infatti, in virtù della circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 20/E del 18/3/2013, la rete soggetto viene considerata a tutti gli effetti un autonomo soggetto passivo di imposta con tutti i conseguenti obblighi tributari previsti ex lege in materia di imposte dirette ed indirette, scoraggiando così l’adozione da parte dei giovani professionisti, che non lo ritengono fruibile nemmeno per iniziare in forma associata la professione legale.

RITENUTO CHE

  • è necessario favorire la costituzione di reti soggetto anche tra professionisti iscritti gli Albi professionali che svolgano l’attività anche in forma individuale prevedendo l’adempimento dell’obbligo pubblicitario dell’indicazione di appartenenza alla rete mediante l’annotazione presso il proprio Albo di appartenenza, anziché nella sezione del registro delle imprese;
  • è necessario connotare, anche transitoriamente la “Rete Soggetto” di un regime fiscale agevolato proprio al fine di incentivare l’avvio delle aggregazioni di giovani professionisti;

RITENUTO ULTERIORMENTE CHE

 
  • accanto al contratto di rete tra professionisti è, allo stato, indispensabile, altresì, l’introduzione di nuovo strumento normativo, simile a quello esistente nell’ordinamento inglese denominato “Limited Liability Partnership” ovvero una “Associazione tra professionisti a responsabilità limitata”, cioè un ibrido tra le Associazioni tra professionisti e le Società a responsabilità limitata;
   
  • la differenza sostanziale tra una società ed un’associazione tra professionisti risiede nella disposizione del comma 3, lettera c), dell’art. 5 del D.P.R. n. 917 del 22/12/1986 (TUIR), nella quale è previsto che, ai fini delle imposte sui redditi, per le sole associazioni tra professionisti, l’atto o la scrittura privata di modifica delle quote di partecipazione agli utili possono essere redatti fino alla presentazione della dichiarazione dei redditi dell’associazione;
  • tutti i principali studi associati, ad oggi, sono dotati di un regolamento per la distribuzione degli utili che di fatto modifica annualmente le quote di partecipazione agli utili, rendendo la quota flessibile e più rispondente all’apporto che il socio ha dato durante l’anno;
  • il XXXIV Congresso Nazionale Forense tenutosi a Catania dal 4 al 6 ottobre 2018 aveva già approvato la mozione n. 179 rubricata “Mozione sulla società tra avvocati” che prevedeva, per l’appunto, l’introduzione nel nostro ordinamento della “Associazione tra professionisti a responsabilità limitata”;
  • Ad oggi tale deliberato congressuale è rimasto
*    *    * Visto quanto in premessa, il XXXV Congresso Nazionale Forense riunito a Lecce dal 6 al 9 ottobre 2022, in attuazione della presente mozione e di quanto esposto in premessa,  

IMPEGNA

  l'Organismo Congressuale Forense (OCF) ed il Consiglio Nazionale Forense (CNF) per quanto di propria competenza a porre in essere ogni iniziativa utile e diretta a favorire:
  • le aggregazioni professionali nella forma delle “reti tra professionisti” prevedendo la possibilità della loro costituzione anche per i soli professionisti iscritti agli Albi professionali che svolgono l’attività in forma individuale mediante l’assolvimento dell’obbligo pubblicitario di annotazione della partecipazione alla rete presso il proprio Albo di appartenenza, anziché nella sezione del registro delle imprese, nonché a far introdurre nel nostro ordinamento un regime fiscale agevolato, seppur transitorio, per lo svolgimento della professione nella forma della “rete soggetto”.
  • l’introduzione nel nostro ordinamento della “Associazione tra professionisti a responsabilità limitata” mediante l’abrogazione di tutte le norme ad oggi esistenti in tema di società tra avvocati e la conseguentemente approvazione di un articolato da inserire nel Titolo VII del Libro V del Codice Civile rubricato “Associazioni tra professionisti” a responsabilità limitata, dando attuazione alla mozione n. 179 approvata dal Congresso Nazionale Forense di Catania del 2018 da considerarsi qui integralmente trascritta.
  Con osservanza.   Roma, 5 Settembre 2022
MOZIONE N. 77 – MODIFICA ART. 2 L.N. 247/2012 COMPETENZA ESCLUSIVA DELL’AVVOCATO IN AMBITO STRAGIUDIZIALE

XXXV CONGRESSO NAZIONALE FORENSE

Lecce 6-7-8/10/2022

  I sottoscritti Avv. Mariarita Agata Benedetta Angela Mirone del Foro di Siena Avv. Alessandro Nicolini del Foro di Genova Avv. Giacomo Guidoni del Foro di Venezia Avv. Carlo Foglieni del Foro di Bergamo Avv. Alessio Cerniglia del Foro di Novara   chiedono che sia sottoposta al XXXV Congresso Nazionale Forense di Lecce la seguente mozione avente ad oggetto:  

MODIFICA ART. 2 L.N. 247/2012

COMPETENZA ESCLUSIVA DELL’AVVOCATO IN AMBITO STRAGIUDIZIALE

 

PREMESSO CHE:

 
  • l’attuale articolo 2 della Legge n. 247/2012 (cd. “Legge Professionale Forense”) prevede la competenza esclusiva degli avvocati relativamente all’attività professionale di consulenza legale ed assistenza legale stragiudiziale, purché connessa all’attività giurisdizionale e svolta in modo continuativo, sistematico ed organizzato, in quanto uniche figure professionali in grado di garantire al cittadino l’effettività della tutela dei diritti;
  • che la professione forense deve essere esercitata con indipendenza, lealtà, proibita, dignità, decoro e diligenza e competenza, tenendo conto del rilievo sociale della difesa e rispettando i principi della corretta e leale concorrenza, uniformandosi altresì ai principi contenuti nel codice deontologico finalizzati alla tutela di un pubblico interesse al corretto esercizio della professione;
  • la genericità del requisito della “connessione all’attività giurisdizionale” ha consentito, di fatto, il proliferare in modo del tutto incontrollato di numerose iniziative imprenditoriali da parte di società “paralegali” composte da figure diverse dagli avvocati che svolgono, di fatto, in modo continuativo, sistematico ed organizzato attività di consulenza ed assistenza legale stragiudiziale nelle più diverse materie (recupero crediti, risarcimento danni da sinistro stradale e/o responsabilità medica, etc.), riducendo così ad un mero “dato stilistico” la portata degli articoli 2 e 24 della Costituzione e dell’articolo 2 della Legge Professionale Forense;
  •             dette “società paralegali” hanno la possibilità di porsi liberamente sul mercato, sia sotto il profilo economico che quello pubblicitario, senza alcun vincolo preordinato, arrivando anche ad imporre ai propri clienti clausole estremamente penalizzanti a prescindere dal futuro esito della controversia. A ciò si aggiunga inoltre che, non dovendo conformarsi alle disposizioni deontologiche che regolano la professione di avvocato, dette società paralegali hanno la possibilità di procacciare la clientela con iniziative pubblicitarie ingannevoli e lesive della dignità e del decoro della professione forense, arrivando ad offrire servizi a titolo – apparentemente – gratuito;
  • tale fenomeno – oltre a rappresentare una chiara ipotesi di concorrenza sleale nei confronti degli studi legali – costituisce quindi un grave rischio per l’effettività della tutela dei diritti dei cittadini tenuto conto che la gestione delle vertenze in fase stragiudiziale nelle forme corrette costituisce il fondamentale momento iniziale della tutela del diritto, anche nel perseguimento di ipotesi conciliative tra le parti in causa la cui valutazione ed eventuale formalizzazione non può essere lasciata a soggetti non qualificati;
  • per porre rimedio a tale fenomeno si ritiene necessario un intervento legislativo che fornisca quanto meno una definizione dell’inciso “ove connessa all’attività giurisdizionale” previsto dal richiamato articolo 2, comma 6, della Legge Professionale Forense, lasciando così meno spazio possibile ad interpretazioni circa quale attività di consulenza ed assistenza stragiudiziale sia da considerarsi di esclusiva competenza dell’avvocato;
  • a tal riguardo va evidenziato che la normativa sulle procedure di mediazione e di negoziazione assistita richiede l’assistenza tecnica da parte di un avvocato e, soprattutto nelle materie tassativamente indicate dalla legge, costituisce a tutti gli effetti una condizione di procedibilità della successiva domanda giudiziale. Naturale conseguenza di tale quadro normativo è che l’attività di consulenza legale e di assistenza legale stragiudiziale relative alle materie soggette a mediazione e negoziazione assistita obbligatorie possa considerarsi ipso iure come “connessa all’attività giurisdizionale” e, pertanto, di competenza esclusiva dell’avvocato ai sensi del richiamato articolo 2, comma 6, della Legge Professionale Forense;
  • i soggetti non qualificati che svolgono l’attività di consulenza e assistenza legale di cui si è detto rivestono sovente la forma societaria e, pertanto, al fine di rendere effettiva l’applicazione della norma si ritiene necessario inserire il reato di esercizio abusivo della professione ex art. 348 c.p. nell’elenco dei reati presupposti per la responsabilità amministrativa degli enti ex D. Lgs. del 8 giugno 2021, n. 231.
*    *    *   Visto quanto in premessa, il XXXV Congresso Nazionale Forense riunito a Lecce dal 6 al 9 ottobre 2022, in attuazione della presente mozione e di quanto esposto in premessa,  

IMPEGNA

  l'Organismo Congressuale Forense (OCF) ed il Consiglio Nazionale Forense (CNF) per quanto di propria competenza a porre in essere ogni iniziativa utile e diretta a:
  1. a) modificare l’articolo 2 della L. 247/2012 relativo all’attività professionale di consulenza ed assistenza legale stragiudiziale con le riforme degli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie previsti dal nostro ordinamento, nel senso di considerare connessa all’attività giurisdizionale ogni attività di consulenza e di assistenza legale relativa alle controversie nelle materie previste dall’art. 3, comma 1, della D.L. 12 settembre 2014, n. 132, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, L. 10 novembre 2014, n. 162, e relativa alle controversie nelle materie previste dall’art 5, comma 1 bis, D. Lgs. del 4 marzo 2010, n. 28.
  2. b) riservare all’avvocato ogni tipologia di consulenza ed assistenza legale stragiudiziale in ragione della rilevanza fra le stesse e la successiva tutela dei diritti in sede giudiziaria, con conseguente estensione della riserva prevista dall’art. 2 della Legge Professionale Forense;
  3. c) introdurre nell’elenco dei reati presupposto della responsabilità amministrativa degli enti ex D. Lgs. del 8 giugno 2021, n. 231 il reato di esercizio abusivo della professione previsto dall’art. 348 c.p.
  Con osservanza.   Roma, 5 Settembre 2022  
intervento Aiga inaugurazione anno giudiziario 2019
INTERVENTO AIGA INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2018
RELAZIONE INTRODUTTIVA MICHELE VAIRA PRESIDENTE NAZIONALE AIGA XXIV CONGRESSO ORDINARIO
Emendamento equo compenso – Proposta Aiga
Regolamento specializzazioni – Documento del 24 giugno 2016 – lettera al Presidente CNF
Osservazioni Giunta AIGA al DDL Gelli – 20 giugno 2016
Lettera aperta a Davigo 14 maggio 2016
Mozioni Congresso Straordinario AIGA – Bologna 25-26 novembre 2022
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I Giovani Avvocati Genovesi nei 40 anni di AIGA
dalle 14.00 alle 17.30 - Centro Cultura Formazione Attività Forensi - Aula Magna, via XII Ottobre, 3 - Genova
ESPORTS E DISABILITÀ: inclusione e pari opportunità
dalle ore 15.00 alle ore 18.00
Dieci anni di Legge Professionale forense tra bilanci e prospettive di riforma
ore 15.30
Incontro Vicecapo DAP Dott. Roberto Tartaglia
Roma
Referendum Week – UNIVERSO – Università degli Studi di Bari
ore 15.00 - Bari
Il Referendum sulla Giustizia. Le ragioni del Sì e del No
dalle 15.30 alle 18.30 - Termini Imerese
1° INCONTRO PROCESSO PENALE E DIGITAL FORENSICS: TRA METODOLOGIE, TEORIE E PRASSI TECNICO – GIURIDICHE
dalle 15.00 alle 18.00 - Piattaforma Zoom - Pordenone
Incontro con il Dott. Paolo Bernardini, AD di Equitalia Giustizia
Roma
Inaugurazione CORSO DI ALTA FORMAZIONE IN DIRITTO INTERNAZIONALE
dalle 14.30
Intervento sul Referendum Giustizia – Meritocrazia Italia
ore 17.00
Convention sulla Sostenibilità nel Mercato Legale – SECONDA EDIZIONE
dalle 10.00 alle 18.00 - Le Village, sede di 4CLegal - Milano
Le indagini preliminari, le paure di ogni cittadino e la soluzione scritta dell’art. 358 c.p.p.
ore 17.00 - Tribunale di Pescara - Aula Emilio Alessandrini - Pescara
V CONFERENZA NAZIONALE AIGA – LA DIFESA DEI NON DIFESI. AVVOCATURA, DIRITTI e LIBERTÀ
Biblioteca Comunale di Terni, Palazzo Gazzoli - Terni
V CONFERENZA NAZIONALE AIGA – LA DIFESA DEI NON DIFESI. AVVOCATURA, DIRITTI e LIBERTÀ
Biblioteca Comunale di Terni, Palazzo Gazzoli - Terni
V CONFERENZA NAZIONALE AIGA – LA DIFESA DEI NON DIFESI. AVVOCATURA, DIRITTI e LIBERTÀ
Biblioteca Comunale di Terni, Palazzo Gazzoli - Terni
FONDI NIDI REGIONE PUGLIA
ore 15.00 - Sala convegni L'EDICOLA DEL SUD - BARI
La giurisprudenza della Corte di Strasburgo. ISTRUZIONI PER L’USO NEI RICORSI E DAVANTI AI GIUDICI NAZIONALI
dalle 17.00 alle 20.00 - Zoom
SHIPPING, NAUTICA E AUTORITÀ PORTUALI: SE NON ORA, QUANDO? L’ITALIA AD UN BIVIO
dalle 08.45 alle 15.00 - Palazzo Rasponi dalle Teste - Ravenna
Webinar I NUOVI SCENARI DELLA RIFORMA DEL PROCESSO PENALE (c.d. riforma Cartabia)
dalle 15.00 alle 18.00
Giunta Aiga
dalle 10.00 alle 17.00 - Sede nazionale AIGA - Via Tacito, 50 - Roma
La DISCIPLINA ANTIRICICLAGGIO per gli AVVOCATI
dalle ore 14.45 alle ore 17.45 - Sala della Ragione - Palazzo dei Capitani - Ascoli Piceno
Incontro con il Presidente Giuseppe Conte
Sede del Movimento 5 stelle - Roma
Webinar “LE OPPORTUNITÀ DELL’INTERNAZIONALIZZAZIONE: AIGA INCONTRA SACE E SIMEST”
ore 11.00
Incontro con il Presidente del Consiglio di Stato Frattini
Roma
VIII Congresso Nazionale UNCC
dalle 13.30 alle 19.15 - Teatro A. Galli - Piazza Cavour, 22 - Rimini
Giunta plenaria AIGA
dalle ore 17.00 alle ore 19.00 del 29 aprile con prosecuzione il 30 aprile dalle ore 10.00 alle ore 14.00 - Sede nazionale AIGA - Via Tacito, 50 - Roma
Giunta plenaria AIGA
dalle ore 17.00 alle ore 19.00 del 29 aprile con prosecuzione il 30 aprile dalle ore 10.00 alle ore 14.00 - Sede nazionale AIGA - Via Tacito, 50 - Roma
Festival della Giustizia – II Edizione
10.00-17.00 - Camera dei Deputati - Roma
Presentazione del “Rapporto 2022 sull’Avvocatura Italiana”
dalle ore 10.30 alle ore 13.00 - Auditorium di Cassa Forense - Roma
Visita al carcere di Regina Coeli
Carcere di Regina Coeli - Roma
PROFESSIONE FORENSE: SENZA RIFORME, QUALE FUTURO?
dalle ore 15.00 alle ore 17.00 - Consiglio Nazionale Forense - Sala Aurora, Via del Governo vecchio n. 3 - Roma
Audizione presso la Commissione giustizia della Camera dei Deputati – C. 428 Gribaudo e C. 2722 D’Orso (incompatibilità professione avvocato)
dalle ore 14.00 - Camera dei Deputati - Roma
Giunta Aiga
dalle 10,30 alle 18,00 - Sede Nazionale AIGA - Via Tacito, 50 - Roma
Comitato garantisti referendum
ore 10,00 - Senato della Repubblica - Roma
GIUSTIZIA PREDITTIVA: L’INTERPRETAZIONE DELLA LEGGE CON MODELLI MATEMATICI
dalle ore 15.00 alle ore 18.00
UFFICIO DEL PROCESSO – WEBINAR
ore 15.30
Cassa Forense: il sistema previdenziale e assistenziale dell’Avvocatura
ore 11.00 - Auditorium Falcone Borsellino - Palazzo di Giustizia di Enna - Enna
Giunta AIGA
dalle ore 10.00 alle ore 18.00 - Sede Nazionale AIGA - Via Tacito, 50 - Roma
RIMBORSO DELLE SPESE LEGALI ALL’IMPUTATO ASSOLTO: UNA CONQUISTA DI CIVILTÀ?
dalle ore 15.00 alle ore 17.00 - Evento gratuito su piattaforma ZOOM AIGA
Audizione presso la Commissione antidiscriminazioni del Senato della Repubblica
Senato della Repubblica - ROMA
Superbonus 110%: Commenti ed Aggiornamenti
Treviso
CDN Napoli Nord – Santa Maria Capua Vetere 21-22.1.2022
CDN Napoli Nord – Santa Maria Capua Vetere 21-22.1.2022
La governance dell’avvocatura: l’impegno dell’AIGA nelle istituzioni forensi
11,00 - 13,00 - Aula Consiliare Ordine Avvocati Bari - Bari
Il Reddito di libertà
15.30 - Piattaforma zoom - Palermo - Patti
Esame da avvocato: il doppio orale tra dubbi e certezze
16,00 - 18,00 - webinar gratuito - Bari
Questioni attuali di diritto tributario (piattaforma Zoom, 15 dicembre 2021)
15.00-17.00 - piattaforma ZOOM - Genova
CORSO DI FORMAZIONE DI ALTA SPECIALIZZAZIONE IN “DIRITTO, INNOVAZIONE, INFRASTRUTTURE SOSTENIBILI E TUTELA AMBIENTALE”
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Mozioni del XXVI Congresso Nazionale Ordinario 2021
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Convocazione XXVI Congresso Nazionale Ordinario AIGA – Roma, 1-2 ottobre 2021
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XXVI CONGRESSO NAZIONALE ORDINARIO 2021 – Roma, 30 settembre – 2 ottobre 2021
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Le società di famiglia in forma di società anonima e a responsabilità limitata in svizzera
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Focus nel comparto teatrale dello spettacolo dal vivo: il teatro come opportunità di marketing per le imprese
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Il mercato dell’arte: principi economici, regole giuridiche e disciplina degli assetti finanziari
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Sfruttare la blockchain per tutelare le privative industriali
16.00-18.00 - Como - Como
La tutela dei legittimari
14.30-17.30 - Como - Como
Pandemia e Crisi Economica in Toscana
15:00 - 18:00 - Microsoft Teams
Made in Italy: una garanzia di qualità, un’identità o un marchio?
16.00-19.00 - Como - Como
Il nuovo regolamento sulle specializzazioni
15.00-18.00 - Como - Como
La contrattualistica nel mercato discografico, dell’editoria musicale e dello spettacolo musicale dal vivo
14.30-17.30 - Como - Como
Le società a responsabilità limitata in Svizzera
Dalle 15.00 alle 18.00 - Como - Como
La tutela delle vittime di reato
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Pandemia, mondo del lavoro e misure emergenziali
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Made in Italy: la tutela delle eccellenze italiane nell’industria e nell’arte, cinema e spettacolo
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Il processo tributario: alle soglie della riforma?
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Investire nell’immateriale
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Il diritto alla disconnessione: una sfida sociale e normativa
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Internet, diritto d’autore e ruolo del consulente legale
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Le nuove frontiere del diritto d’autore: la digitalizzazione delle opere dell’ingegno, l’utilizzo della tecnologia blockchain e degli smart contract
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Modifica delle condizioni di divorzio: Presupposti, Fase Istruttoria e Profili di inadempimento delle statuizioni del Giudice. Modifiche del diritto di frequentazione al tempo del Covid-19
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ANTI – ASSOCIAZIONE NAZIONALE TRIBUTARISTI ITALIANI PRESENTA LE 4 PROPOSTE DI MODIFICA DELLO “STATUTO DEI DIRITTI DEL CONTRIBUENTE”
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NEWS
AIGA: SOSPENSIONE DELLA PRESCRIZIONE, PERPLESSITÀ SULLA PRONUNCIA DELLA CORTE COSTITUZIONALE. ATTENDIAMO LE MOTIVAZIONI.
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Aiga apprende con profonda preoccupazione il possibile ripristino delle misure contenute nell’art. 83 del DL 18 del 2020, anticipate da una nota della Procura Generale della Corte di Cassazione. In particolare, a preoccupare è la riattribuzione ai Presidenti di Tribunale dei poteri di organizzazione degli uffici, che aveva provocato nel periodo marzo-giugno 2020 il proliferare di protocolli e conseguente notevoli difficoltà e incertezze per gli Avvocati. “Chiediamo al Ministro l’adozione immediata di linee guida uniche sul tutto il territorio nazionale” afferma il Presidente Nazionale dell’AIGA Antonio De Angelis “il settore della Giustizia non può permettersi le incertezze vissute nella prima fase della emergenza sanitaria. Le regole devono essere chiare e uguali in tutti i Tribunali italiani”
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NO ad un nuovo Stop della Giustizia
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